Lavoro, la Svizzera mette i paletti ai cittadini UE

Possesso delle qualifiche professionali elvetiche: è quanto dovrà dimostrare di avere un cittadino UE che intenda lavorare in Svizzera, se la sua attività ricade tra quelle regolamentate.

In linea di principio, i cittadini UE non domiciliati in Svizzera possono fornire i propri servizi in Svizzera per un periodo massimo di 90 giorni all’anno. D’ora in poi, qualora vogliano esercitare una professione regolamentata in questo Paese dovranno rispettare un obbligo preventivo di notifica.

La normativa fa parte di un disegno di legge che il Consiglio federale ha trasmesso al Parlamento. Tramite una procedura semplificata s’intende garantire che i prestatori di servizi provenienti dall’UE possiedano le necessarie qualifiche professionali.

Il disegno di legge prevede che la notifica sia fatta all’Ufficio federale della formazione professionale e della tecnologia (UFFT). Dopo la notifica vengono esaminate le qualifiche professionali dei prestatori di servizi. Qualora queste ultime non soddisfino gli standard svizzeri, i richiedenti dovranno sostenere una prova attitudinale. La prova è organizzata dall’ufficio competente per il riconoscimento delle qualifiche professionali in collaborazione con la relativa associazione di categoria.

Il nuovo obbligo di notifica è parte integrante dell’aggiornamento dell’allegato III dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone fra Svizzera e UE. Dal 1° novembre 2011 una parte di tale aggiornamento è applicata provvisoriamente. Una volta emanata la nuova legge federale, l’intero allegato III entrerà in vigore definitivamente. Le altre novità riguardano il recepimento della direttiva europea 2005/36/CE sul riconoscimento delle qualifiche professionali, l’estensione del riconoscimento dei diplomi a Bulgaria e Romania e l’inclusione di nuovi titoli di formazione svizzeri nella lista dei titoli reciprocamente riconosciuti.

Né regione, né Cantone

Per una Lombardia indipendente: fuori dall’Italia, lontana da Brussels

Non solo Roma, non solo Berna: all’orizzonte di una Lombardia indipendente, c’è un’altra opzione che si presenta come occasione per recuperare i valori storici, culturali, politici, sociali ed economici della Lombardia e staccarci da quella sorta di buco nero che è il Mezzogiorno, che in tanti, troppi decenni di Regno d’Italia, prima, e di Repubblica Italiana, dopo, ha ingoiato oceani di risorse dando in cambio solo mafia, camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita, e una cultura dove corruzione e malaffare hanno un chiaro predominio su correttezza ed etica. A tutti i livelli. In ogni settore.

Il dibattito sul futuro di una Lombardia non più ‘assoggettata’ al regime italiano si è focalizzato sulla fattibilità di un’annessione alla Confederazione Elvetica quale ventisettesimo Cantone. Dibattito originato proprio da un mio articolo sul quotidiano comasco Corriere di Como, in cui riportavo alcune frasi pronunciate da Ueli Maurer, Direttore del Dipartimento della Difesa elvetico. Parole che sembravano disegnare una sorta di Grande Svizzera, che includesse oltra alla Lombardia anche i Laender tedeschi Baviera e Baden Wuerttemberg.

Per quanto l’ipotesi di una Lombardia ‘svizzera’ possa essere affascinante – soprattutto per noi Insubri, ovvero per gli abitanti ‘indigeni’ delle attuali province di Como, Lecco, Milano, Sondrio e Varese, legati al Cantone Ticino da vincoli storici, culturali e di sangue -  si tratta in realtà di una possibilità a dir poco remota, se non del tutto irrealizzabile.  Per motivi interni all’attuale Confederazione e per motivi di assetto politico internazionale.  

Per la prima questione – gli assetti interni – la componente francofona della Confederazione si troverebbe in una situazione del tutto inedita, e di certo poco gradita: minoranza assoluta, di fronte ai 10 milioni di italofoni e agli altrettanti germanofoni. Una situazione sanabile in un solo modo: attirare nella nuova Svizzera anche le vicine regioni francesi, il Jura francese, la Savoia, Nizza. Ci troveremmo dunque di fronte ad una Grande Svizzera, molto superiore, come estensione geografica e come valore economico, perfino a quella che avremmo potuto vedere se Milano e la Francia non avessero fermato l’avanzata delle picche confederate a Marignano nel 1517.

Veniamo ora alle questioni di politica internazionale. L’ambiente politico internazionale è pronto per accettare una Svizzera quattro volte più grande, dal punto di vista geografico, e, soprattutto, potente dal punto di vista economico (e conseguentemente, politico)? Una Svizzera che comprendesse anche Lombardia, Baviera e Baden Wuerttemberg si trasformerebbe in una vera e propria potenza economica e politica, in grado di rivoluzionare gli equilibri attuali del vecchio Continente – e non solo quelli. Quale sarebbe, in uno scenario del genere, la reazione della Russia, per esempio?

Tutte queste considerazioni portano senza dubbio a concludere che l’ipotesi più plausibile – a parte il mantenimento dello status quo, eventualità deprecabile per chi non ha più alcuna fiducia nello Stato italiano – sia quella di una Lombardia dotata di completa sovranità politica. Il che significa anche fuori dall’Unione Europea e dalla zona Euro.

Uscire dall’Unione Europea – e da quella mostruosità della moneta unica, mostruosità non come idea ma come realizzazione – è un passo obbligato, una necessità a cui non possiamo sottrarci. A meno che non si voglia rendere vano, senza senso, fin dall’inizio ogni sforzo.

Via da Roma. Lontani da Brussels. Perché? Da soli non possiamo stare. Dobbiamo costruire una rete di alleanze, su cui appoggiare le basi della nostra nuova identità nazionale.  E’ a questo punto che torna in gioco la Svizzera. Non per annetterci come Cantone, bensì come alleato politico ed economico. E per aiutarci ad entrare nell’EFTA, la Associazione Europea per il Libero Scambio.

Nato come antagonista e concorrente del Mercato Unico Europeo, l’EFTA nel tempo non si è trasformato nel mostro politico che è l’Unione Europa. Non ha tentato di integrare sistemi politici ed economici, standardizzare culture ed economie: nell’EFTA, ognuno degli Stati membri (quattro: Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) conserva la propria autonomia, il proprio sistema politico ed economico. Non c’è, nell’EFTA, una Commissione eletta al di fuori di ogni meccanismo democratico; un Parlamento che decide sulle dimensioni e la forma di banane e cetrioli, o la formula del cioccolato; o una Corte di Giustizia che attacca il senso religioso di un Popolo su questioni come il Crocifisso nei luoghi pubblici. L’Unione Europea è un coacervo di obblighi; l’EFTA è libero mercato in un mondo fatto di libere scelte.

Solo vantaggi politici? Assolutamente no. Se esaminiamo la prestazione economica dei quattro Paesi EFTA, impallidiamo quali membri dell’Unione Europea. Il GDP per capita di Svizzera, Liechtenstein, Islanda e Norvegia combinate è di €36.650. Superiore perfino a quello USA (€36.000). Quello UE è lontanissimo: €24.400, un terzo in meno. E questo nonostante il tracollo dell’Islanda, che nel 2008 e 2009 ha vissuto il fallimento delle sue principali banche sotto l’effetto malefico dei meccanismi della grande finanza globalizzata e degli strumenti finanziari da catena di Sant’Antonio che gli istituti finanziari britannici ed olandesi avevano impiantato nel paese artico. Nonostante il tracollo, il GDP islandese rimane ancora superiore a quello UE (€26.900 contro €24.400).

Ancora, il tasso di disoccupazione UE è a due cifre (10,8%), quello EFTA è intorno al 5%. Anche qui, potrebbe essere più basso, se l’Islanda (al 7,5%) non soffrisse delle conseguenze del fallimento bancario. si tratta comunque di numeri ancora più bassi di quelli UE, a dimostrazione della maggiore solidità intrinseca e profonda del sistema politico ed economico di questi quattro Paesi, se paragonati ai 27 UE – e anche alla maggior parte dei paesi del resto del mondo.

Abbandonare l’euro? Certo. Non potremmo rimanere nella moneta unica dopo aver rifiutato il sistema-UE. Per una moneta nostra? Possibile, Purché agganciata al franco svizzero. Meglio ancora se questa moneta fosse il franco svizzero stesso. Il che darebbe solidità alle nostre industrie e ai suoi prodotti.

Ecco quindi che l’emergere di una Lombardia indipendente a fianco dei quattro paesi EFTA aiuterebbe noi a riguadagnare la nostra identità.

E’ quella la strada da percorrere. E se insieme a noi venissero anche gli amici piemontesi e veneti, meglio ancora. Insieme potremmo veramente costituire un nuovo asse per l’intera Europa.

Insubria, tra passato e futuro

Al Cenacolo brianteo, Franco Alessandro Cavalleri presenta il libro, Insubria tra passato e futuro. Tra paure, gelosie e sogni di una nuova Nazione: le relazioni tra il Ticino e le province Italiane di frontiera.

Edito da Photocity Edizioni, il libro è acquistabile direttamente sul sito internet della casa editrice oppure in libreria (ISBN 978-88-6682-156-4 )

Tassazione degli immobili all’estero: il Parlamento europeo contro Monti?

Rimuovere tutti gli ostacoli fiscali, ed in particolare tutti i casi di doppia imposizione, all’interno dell’Unione Europea che ricadono ingiustamente sui cittadini UE, impedendo la formazione di un Mercato unico e il miglioramento del livello di competitività delle aziende europee. La rimozione della doppia imposizione viene vista anche come misura atta a migliorare la trasparenza del sistema fiscale, e quindi il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

È quanto ha deciso la Commissione per gli affari monetari ed economici del Parlamento europeo, approvando un documento presentato dal deputato svedese Olle Schmidt, del gruppo dei Liberali e Democratici.

Una presa di posizione che sembra andare direttamente contro l’imposizione degli immobili detenuti all’estero da parte dei cittadini italiani prevista dal governo di Mario Monti nel suo piano definito – alquanto pomposamente – “Decreto salva-Italia”.

Il documento di Schmidt affronta tutti i casi di problemi che i cittadini UE incontrano nell’effettuare investimenti in paesi membri dell’Unione diversi da quello di cui sono residenti. Pur riconoscendo che, al momento, la politica fiscale è appannaggio degli Stati membri e non è una competenza UE, con questa decisione la Commissione affari monetari ed economici manda un chiaro segnale alla Commissione UE ed ai 27 Stati membri: la convergenza fiscale di cui si parla tanto in queste settimane parte dalla necessità di una maggiore trasparenza a favore dei cittadini e questo significa imposizione fiscale unica ed univoca e non sovrapposizione di politiche di prelievo che finiscono con l’impoverire i cittadini e le imprese.

Alla luce di quanto approvato dalla Commissione parlamentare, appare chiaro che il prelievo deciso dal governo italiano sulle proprietà immobiliari negli altri paesi UE è destinato ad essere cassato da parte dell’Unione europea, in quanto non rispondente ai criteri fissati nel documento. Situazione paradossale, se consideriamo che Mario Monti è da anni osannato come ex Commissario UE ed è portato come esempio dell’autorevolezza italiana nell’Unione. C’è da chiedersi come facesse a non sapere che il Parlamento europeo stava lavorando ad un documento che contraddice un punto così importante del piano politico del suo governo.

È sempre più probabile, a questo punto, che nel corso del 2012 Monti sarà costretto a rivedere anche questo punto del suo programma di azione. Si può facilmente immaginare su chi ricadranno le conseguenze della revisione: sulle classi medie e basse, con nuove tasse e imposizioni di vario genere sui beni e sui servizi essenziali – scuole, casa, automobile, benzina.

Trasporti terrestri: proposta elvetica all’UE per favorire il rinnovo del parco autoveicoli

 

Ridurre l’ammontare della Tassa sul traffico pesante commisurata alle prestazioni (TTPCP) – ovvero all’efficienza nel trattamento delle emissioni di particolato dei motori – per quanto riguarda i veicoli inseriti nella categoria Euro VI.

E’ la proposta che il Consiglio federale svizzero ha voluto che la delegazione elvetica presso il Comitato misto CH-UE per i trasporti terrestri presentasse nel corso della riunione a Bruxelles.

La riduzione ventilata dai delegati svizzeri dovrebbe essere del 10%, e si propone di favorire il rinnovo del parco-autoveicoli come misura per combattere l’inquinamento da polveri fini. Dal 1° gennaio 2012 i veicoli delle categorie di emissione Euro II e Euro III dotati di filtro antiparticolato beneficeranno di una riduzione del 10 per cento della tassa sul traffico pesante commisurata alle prestazioni (TTPCP). Il Consiglio federale ha approvato lo scorso mese di novembre la relativa modifica dell’ordinanza che disciplina la TTPCP.

Nella stessa occasione il Consiglio federale ha deciso di proporre all’UE che anche i veicoli Euro VI possano profittare di una tale riduzione, in modo da favorire la lotta contro le polveri fini attraverso il rinnovo del parco veicoli. Conformemente all’obiettivo del Consiglio federale, le Delegazioni hanno convenuto di adoperarsi affinché tale riduzione entri in vigore nel corso del secondo trimestre del 2012; solo a quel momento sarà introdotto anche l’adeguamento della TTPCP al rincaro, originariamente previsto per il 1° gennaio 2012.

Uscire dal nucleare non è poi così facile

L’uscita dal nucleare e l’ambizioso riorientamento verso le energie rinnovabili comportano sfide e problemi rilevanti sul piano politico, economico e sociale, che non possono essere evidentemente affrontate individualmente.

La scorsa primavera Svizzera e Germania hanno deciso di rinunciare all’energia nucleare per puntare decisamente verso un futuro di sole energie rinnovabili. A distanza di cinque mesi, si trovano a dover fare i conti con prospettive meno positive ed ottimistiche e con problemi economici e sociali che le classi politiche dei due paesi hanno difficoltà a risolvere.

Ecco dunque la ragione del Forum dell’innovazione che i due paesi hanno organizzato per questi giorni nella città di confine di Sciaffusa, riunendo i principali soggetti e i gruppi d’interesse della cosiddetta «mobilità sostenibile», i quali hanno discusso le possibili forme di collaborazione.. 

L’intenzione espressa da Berna e Berlino è di promuovere intensamente, nei prossimi anni, la ricerca e di rilanciare con forza l’innovazione nel settore economico. Inoltre, hanno ribadito la necessità di collaborare per un’economia sostenibile ed efficiente sul piano energetico e delle risorse.

Durante il forum, il consigliere federale Johann N. Schneider-Ammann e il ministro tedesco Annette Schavan hanno auspicato una maggiore collaborazione nella politica dell’innovazione per promuovere un’idea di economia e di società sostenibile ed efficiente sul piano energetico e delle risorse. 

A Sciaffusa gli esperti provenienti dalla Svizzera, dalla Baviera e dal Baden-Württemberg – i due Laender tedeschi di confne con la Confederazione – hanno presentato i propri progetti orientati al futuro in materia di «elettromobilità», «studi sulla mobilità» e «veicoli innovativi». I temi di ricerca e di sviluppo mostrano che i due Paesi si integrano perfettamente: la Germania con le competenze nella costruzione di veicoli e la Svizzera con la presenza di numerose aziende di componentistica e dell’indotto. Inoltre, le strategie di promozione e di pianificazione dei due Paesi sono articolate in modo simile.

La promozione delle attività economiche e di innovazione transfrontaliere è di primaria importanza per lo sviluppo di nuovi mercati.

Nella propria strategia di politica economica estera il Consiglio federale ha deciso di consolidare i rapporti con la Germania. L’incontro di lavoro bilaterale tra il consigliere federale Johann Schneider-Ammann e il ministro Annette Schavan è servito proprio ad approfondire le relazioni, tradizionalmente eccellenti, tra i due Paesi. Al centro dei colloqui vi sono stati i progetti in materia di politica economica e di ricerca, come la strategia svizzera Cleantech e la Hightechstrategie 2020 della Germania, nonché la questione del contrasto a lungo termine della carenza di personale specializzato.

Europa: non solo Ue

Forse non tutti lo sanno, ma in Europa non c’è la sola Unione Europea. Esiste anche la Associazione  Europea per il Libero Scambio (AELS), nata anch’essa negli anni Cinquanta, periodo di grandi movimenti tendenti all’unificazione del Vecchio Continente.

L’AELS comprende solo quattro stati – Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera – ma non manca certo di attivismo. Il prossimo 14 novembre, a Ginevra, i quattro terranno la riunnione ministeriale formale nel corso della quale sottoscriveranno un accordo di libero scambio tra AELS e Montenegro . Nell’occasione avvieranno anche i negoziati di libero scambio con tre Stati dell’America centrale, Costa Rica, Honduras e Panama.

Nell’incontro presieduto da Trond Giske, ministro norvegese del commercio e dell’industria, i ministri dell’AELS discuteranno sulla situazione attuale e sulle prospettive della politica di libero scambio degli Stati dell’AELS con gli Stati non membri dell’UE.

I ministri degli Stati dell’AELS passeranno in rassegna i negoziati di libero scambio in corso con l’India, l’Indonesia e gli Stati dell’Unione doganale Russia-Bielorussia-Kazakistan ed esamineranno i lavori preliminari e i contatti in corso con altri potenziali partner di libero scambio.

Europa addio

“La decisione tedesca di chiudere la sua industria nucleare entro 2022 apre nuove opportunità di partnership nel campo dell’energia…compreso un aumento delle forniture di gas russo utilizzando la capacità del gasdotto North Stream”.

Così si legge in una nota del Cremlino alla vigilia dell’incontro di oggi tra il presidente russo Medvedev e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Gli ha fatto eco Vladimir Putin, primo ministro russo, affermando che “ci potrebbe essere un’ulteriore line aggiunta al North Stream”.

Mosse attese, quelle della Russia: era chiaro fin dai primi momenti che la decisione di Berlino di chiudere le centrali nucleari avrebbe aperto le porte del mercato dell’energia all’orso russo. Di più, così facendo la Germania ha consegnato l’Europa a Mosca, con la sola esclusione della Francia – fedele alla sua linea nuclearista – della Gran Bretagna – che grazie al petrolio del Mare del Nord ancora per qualche decennio può fare da sola e dispone comunque di diversi reattori nucleari, in complesso un panorama energetico che la rend indipendente – e dei paesi del mediterraneo occidentale, Italia, Spagna, Portogallo, che punteranno invece al gas nordafricano o a un mix con quello russo.

In sostanza, per accontentare l’ala radicale dei verdi e degli ambientalisti tedeschi, Angela Merkel ha disatteso in pieno due dei principi fondamentali del quadro di riferimento dell’Unione Europea in materia di energia – la sicurezza dell’approvvigionamento e l’indipendenza da agenti esterni – e creato le condizioni per una possibile rottura della stessa Unione Europea: i paesi tedeschi o germanici o comunque legati alla Germania andranno verso Mosca: Italia, Malta, Spagna e Portogallo verso i paesi arabi; Francia e Gran Bretagna sembrano invece destinate e mantenere una loro specificità, più o meno rilevante.

Europa addio.

Referendum sul nucleare, a rischio il futuro dell’Italia

Lasciamo perdere le disquisizioni giurisprudenziali e piuttosto cavillose di questi ultimi giorni, sull’eventualità che la vittoria degli antinuclearisti si trasformi in un boomerang: se il voto popolare dovesse premiare ambientalisti radicali, antinuclearisti, sostenitori dell’energia alternativa ad alotranza, a dispetto di quanto tutti i vari azzeccagarbugli potrebbero inventarsi – magari con ragione, ma pur sempre di invenzioni si tratterebbe – il significato ed il messaggio sarebbero chiari: niente centrali nucleari in Italia.

 

Tra il buio e la luce.

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