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Mucche ed emissioni di CO2

Scegliere i propri acquisti basandosi anche sull’impatto ambientale di un prodotto. Il sogno di ogni ambientalisti convinto – ma non solo, anche di chi ha a cuore l’ambiente in cui vive e vuole vivere responsabilmente ogni momento della sua giornata – potrebbe presto diventare realtà.

Produttori di tutto il mondo stanno lavorando ad un sistema che permetta di misurare l’impatto ambientale dei loro prodotti. Non esattamente l’obiettivo più facile da ottenere: in realtà, l’assoluta precisione di queste misurazioni è risultato probabilmente al di là delle nostre attuali conoscenze. Troppe, in effetti, sono i “buchi” tecnologici e scientifici che impediscono ai ricercatori di arrivare a determinare standard di misurazione ed elaborazione affidabili e riconosciuti. Troppe e troppo diverse le tecnologie utilizzate dai diversi team al lavoro.

“Non ci sono regole univoce al momento,”riconosce Klaus Radunsky, co-manager di un gruppo all’interno della International Organization for Standardization, che ha sede a Ginevra, al lavoro per elaborare procedure di misurazione dell’impatto ambientale di un prodotto che possano servire da linee-guida per tutti. “Molto dipende da come i calcoli vengono eseguiti.”

Prendiamo un prodotto semplice, che rientra nell’esperienza quotidiana di tutti noi, quale cartone di latte. Diversi studi hanno cercato di arrivare alla determinazione dell’impatto ambientale di tutto il processo di produzione – dalla stalla al sacco della spazzatura – che caratterizza questo prodotto. Compito solo apparentemente semplice: si tratta di misurare l’energia utilizzata per produrre, trasportare e distribuire sul terreno i fertilizzanti necessari per produrre il fieno e il mangime per le vacche in genere; il carburante per muovere i mezzi che traportano il latte alle centrali di trattamento, prima, e ai negozi per la vendita al consumatore, poi. E ancora, l’elettricità per raffreddare i banconi del negozio, o per alimentare il processo di produzione dei contenitori, vetro o tetrapack o altro materiale.

Non sorprende, quindi, che ogni ricerca arrivi a risultati diversi, anche notevolmente dissonanti l’uno dall’altro.

Un altro problema da risolvere è quale unità di misura utilizzare per classificare l’impatto ambientale di un prodotto: un’unità di misura già esistente, magari i joule con cui si indica il valore dell’energia? Oppure una scala nuova?

Matt Kistler, Wal-Mart senior vice president responsabile per la politica ambientale della grande catena di centri commerciali americana, è convinto che si potrebbe arrivare a determinare una scala da 1 a 10, magari accompagnata da una serie di colori che aiutino a differenziare ulteriormente i songoli prodotti. La sfida è arrivare ad un risultato affidabile, a cui il consumatore possa fare riferimento nelle sue scelte.

“Possiamo riuscirci dalla sera alla mattina? No di certo, troppe sono le informazioni che ancora mancano,” dice il manager

In Gran Bretagna, Tesco ha cominciato a porre, sulle confezioni vendute nei negozi della sua catena di supermercati, etichette indicanti il peso, in termini ambientali, della produzione di quel litro di latte. In assenza di studi univoci e riconosciuti da tutti, un modo per rompere gli indugi e evitare ripensamenti.

Gli studi utilizzati da Tesco indicano che un litro di latte genera circa due chilogrammi di biossido di carbonio. Ricerche finanziate dall’industria lattearia USA fornisconoi cifre inferiori del 15%.

Parte della differenza può essere dovuta alle numerose variabili presenti nelle formule di calcolo: dal diverso grado di efficienza energetica delle macchine utilizzate per il lavoro nei campi e nelle stalle al tipo di dieta con ci vengono alimentate le mandrie. Un’alimentazione a base di grano significa un alto consumo di fertilizzanti per la produzione del cereale da destinare agli animali, il che a sua volta comporta un alto consumo di derivati del petrolio. Alcuni tipi di mangime causano una maggiore produzione di gas nello stomaco dei bovini, che si traduce in un’emissione di gas metano da parte dell’animale. Le flatulenze bovine sono universalmente riconosciute come la fonte principale di emissioni di carbonio.

Quanto dell’impatto ambientale di un bovino sia effettivamente da ascrivere alla produzione di latte è ancora incerto: una mucca, dopotutto, produce carne, pelle , ossa.

La soluzione utilizzata da Tesco è stata suddividere le emissioni in base al loro valore economico: se una fattoria si basa per il 90% sulla vendita di latte, e solo per il restante 10% sulla vendita degli altri prodotti di un bovino, allora anche il peso ambientale dell’animale è da distribuire allo stesso modo.

Metodologia consigliata anche dal the Carbon Trust, agenzia governativa inglese per la consulenza su come tagliare le emissioni di carbonio, in quanto “è quella più semplice da comprendere anche per i consumatori. Ma non c’è un modo univoco per farlo,” commenta

Euan Murray, che gestisce gli studi sull’impatto ambientale al Carbon Trust e che ha collaborato con Tesco a questo progetto.

Il metodo seguito dall’industria del latte americana è più complesso, e ha il supporto della International Organization for Standardization. Si basa sulla separazione delle funzioni biologiche di una mucca: quali vadano a produrre il latte e quali, invece, a mantenere in vita l’animale.

“Diventa alquanto difficile da realizzare,” dice Greg Thoma, ingegnere chimico all’University of Arkansas e componente del team sotto contratto per l’Innovation Center della U.S. Dairy, gruppo latteario, per gli studi sull’impatto ambientale dei bovini.

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This entry was posted on September 22, 2009 by in notizie and tagged , .
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