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COP15, la nuova geopolitica del mondo

La geopolitica del mondo è cambiata, a Copenhagen. I nuovi padroni non sono più espressione delle cultura pan-europea – il Vecchio Continente più il Nord America – ma i due giganti asiatici per dimensioni e popolazione – India e Cina – ai quali si aggiunge il più progredito, socialmente ed economicamente, paese africano, il Sudafrica. Saranno loro, nei prossimi decenni, a dettare le regole del sistema economico. Quali le conseguenze, per gli equilibri ambientali del pianeta?

Nelle intenzioni e nelle speranze dei suoi fautori, COP15 doveva rappresentare un punto di svolta, una pietra miliare nella costruzione di un sistema che fosse allo stesso tempo in grado di affrontare i pericoli proposti da fenomeni quali il riscaldamento globale, l’accumularsi dei gas serra nell’atmosfera, l’eccesso di emissioni inquinanti nell’aria, nell’acqua, nel suolo, la desertificazione e la perdita di aree fertili, e di indirizzare lo sviluppo economico in un modo più giusto ed equilibrato tra le diverse parti del mondo, limitando l’espansione del numero delle persone sotto la soglia di povertà.

All’appuntamento danese si era arrivati con una serie di contrasti e di prese di posizione che lasciavano presagire grosse difficoltà nel raggiungere un accordo forte, globale e giuridicamente vincolante: i tre obiettivi a cui puntava, dichiaratamente e con forza, l’Unione Europea.

L’UE rappresentava il capofila politico di tutti quei paesi e quegli ambienti culturali, sociali e politici che guardavano agli effetti dei cambiamenti climatici con preoccupazione. Un mix di fattori induceva ad un certo ottimismo da parte di Bruxelles: parafrasando termini sportivi, “giocava in casa”, e per di più in Danimarca, paese tra i più strenui fans di uno stile di vita ambientalmente sostenibile e a cui spettava l’onere e l’onere di dirigere i lavori della Conferenza. La Presidenza di turno dell’UE era in mano alla Svezia, altro grande paese ambientalista. Alle Nazioni Unite, ufficialmente gli organizzatori, prevaleva – almeno numericamente – la visione ambientalista del “punto di non ritorno” propugnata dalla quasi totalità dell’ambiente scientifico. Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per cucinare un piatto adeguato al palato “verde”.

Dall’altra parte, c’erano i cosiddetti “grandi inquinatori”, gli USA e, soprattutto, Cina ed India, i due giganti asiatici forze economiche emergenti a livello globale, desiderose di una legittimazione anche politica del loro ruolo di leader mondiali.

Le posizioni cinese e indiana erano ben conosciute: al limite della negazione del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici. Già settimane prima che COP15 prendesse il via, Pechino aveva chiarito, senza mezzi termini, la sua contrarietà a qualunque forma di accordo che prevedesse limiti ai piani di sviluppo della sua economia. La quale, notoriamente, non è tra le più rispettose dell’ambiente. L’India, seppur con meno clamore, seguiva a ruota: data l’enorme rivalità politica, economica e culturale tra i due paesi, il governo di Nuova Delhi non poteva certo accettare limitazioni alla politiche di espansione economica a cui invece la Cina si sottraeva.

Gli USA? La Presidenza di Barack Obama era nata sotto gli slogan dell’innovazione tecnologica, dell’abbandono della politica pro-petrolio che aveva caratterizzato l’intero secolo precedente. Maggiore attenzione alla conservazione delle risorse ambientali, forte pressione verso la riconversione del ciclo economico in termini sostenibili, ricambio radicale degli ambienti e delle persone che maggiormente influenzano la politica economica e sociale di Washington.

Che non tutto fosse così facile anche negli USA era palese: la lotta interna alla Camera di Commercio americana – con molti big dell’economia a stelle e strisce che hanno abbandonato l’associazione perché troppo “conservatrice”, in un certo senso delegittimandola – era solo uno dei tanti segnali del conflitto in corso oltreatlantico.

L’Energy Bill preparato dall’amministrazione Obama – non ancora approvato, peraltro – aveva rappresentato il primo grande momento di delusione per gli ambientalisti più attenti: di fatto, era un passo indietro perfino rispetto alla tanto criticata amministrazione Bush. L’enorme battage pubblicitario e propagandistico di cui godeva il primo Presidente nero americano – e che l’ha portato perfino all’assegnazione di un Premio Nobel per la Pace “sulla fiducia” – era tale, comunque, da consentirgli di zittire le critiche.

A Conferenza iniziata, era uscito un appello del gruppo di scienziati – americani, ma non solo – che negano il ruolo antropico nel fenomeno del riscaldamento globale: una presa di posizione forte avversa il Cop15 e le richieste di conversione dell’economia. I numeri limitati non sembrava giocare a loro favore: cosa potevano fare 140 scienziati – tanti erano i firmatari dell’appello – contro l’intera comunità scientifica internazionale, con in testa un colosso come l’IPCC che da quasi due decenni, ormai, domina e controlla l’intera questione scientifica in merito ai cambiamenti climatici?

Il risultato finale parla chiaro: a vincere, su tutta la linea, sono stati i paesi che propugnano la libertà di inquinare, di emettere gas serra, di sfruttare le risorse naturali senza ritegno e senza regole.

Al momento della resa dei conti, eliminate una dopo l’altra tutte le bozze predisposte dalla Presidenza danese o dai suoi fiancheggiatori, chi si è trovato nella stanza dei bottoni per determinare l’esito della partita? Solo USA, Cina, India e Sudafrica. I Quattro Grandi nuovi padroni del mondo. Al diavolo, l’UE, al diavolo l’IPCC, al diavolo l’UNFCC, al diavolo Tuvalu e tutti gli altri isolotti e atolli del Pacifico prime vittime dell’innalzamento del livello delle acque a seguito dei cambiamenti climatici. Enrico Cuccia, grande uomo-ombra dell’economia e della politica italiana per oltre mezzo secolo, diceva “le azioni si pesano, non si contano”: ebbene, a Copenaghen si è seguito lo stesso filo ispiratore. Quali sono i paesi che contano al mondo? Usa, Cina, India, Sudafrica. L’UE? Gigante economico, topolino politico. Il Sudamerica? Economicamente debole, politicamente nullo, altamente inaffidabile come alleato. La Russia? Potenza solo locale, ormai, riesce ad intimidire solo l’Europa, grazie all’arma del gas.

Non sorprenda l’inserimento del Sudafrica: economia in grande espansione, politicamente sta scalando le posizioni – ospiterà il Mondiale FIFA l’anno prossimo, e questo la dice lunga sulla considerazione di cui gode a livello internazionale, ed è legata a Cina ed India economicamente ed anche dal punto di vista demografico (le comunità cinese ed indiana nel grande paese sudafricano sono molto forti).

Le conseguenze a livello ambientale saranno pesantissime: “Priorità all’eradicazione della povertà”, recita l’accordo stabilito dai Quattro Grandi. Il che, tradotto, significa nessun limite all’espansione economica, nessun controllo su come le risorse naturali vengano utilizzate e sfruttate. L’obiettivo è umanamente e moralmente condivisibile – chi mai potrebbe affermare “non vogliamo sollevare un miliardo di persone dalla povertà”? – ma il modo scelto da USA, Cina, India e Sudafrica per raggiungere l’obiettivo, ovvero la continuazione di quanto fatto finora, non ha proprio l’aria di rappresentare la strategia giusta.

Politicamente, abbiamo assistito all’ufficializzazione del nuovo assetto planetario: Europa e Russia fuori dai giochi, Nazioni Unite delegittimate (USA e Cina non sono mai state troppo tenere nei suoi confronti) al pari di tutte le agenzie ed istituzioni collegate, a partire dall’IPCC che ha ispirato l’intera scienza del clima fin dalla fine degli Anni Ottanta.

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