Reporting the World Over

News and Comments about Life

La dura realtà di Copenhagen

Il summit sul clima di Copenhagen è ormai alle spalle da più di un mese. È finito con un bisbiglio, non un urlo. La capitale danese era stata ribattezzata Hopenhagen (Hope significa Speranza), ma si sa, non sempre (quasi mai…), i desideri diventano realtà. I giochi di parole, per nascondere la delusione e spacciare per ottimo un accordo che in realtà è pessimo, andranno avanti a lungo nel nuovo anno, ma nessuna tela può nascondere un semplice fatto: gli ordini del giorno che molte aziende si aspettavano sulla gestione del carbonio non si sono materializzati.

Brutta notizia per il pianeta, ovviamente, ma anche per il business. Dozzine, forse centinaia di società, orientate al futuro, aspettavano i risultati del COP15 con la speranza che stabilisse un accordo-quadro con cui ogni paese potesse creare legislazioni, regolamentazioni, accordi volontari, o altre carote e bastoni per guidare le loro rispettive economie verso un futuro a basse emissioni di carbonio, con tutto il suo potenziale innovativo, il recupero dell’efficienza economica, e la creazione di lavoro.

Da dove arriverà quell’accordo-quadro – e quando? E come adatteranno le loro strategie per il carbonio, queste società orientate al futuro, o come le cambieranno alla luce della voce dei leader globali? Queste saranno questioni-chiave nel mondo del business “green” nel breve termine, e speriamo di riuscire a portare contenuti e analisi profonde dalla stanza dei bottoni.

In attesa del nuovo appuntamento della serie COP, in programma per fine anno a Città del Messico, i primi due eventi per verificare la possibilità di andare oltre Copnehagen saranno i 2010 State of Green Business Forums, il 4 febbraio a San Francisco ed il 9 febbraio a Chicago. Entrambi gli eventi ospiteranno un dibattito, “Carbon Management After Copenhagen” (La gestione del carbone dopo Copenhagen) centrato su cosa succederà adesso. I partecipanti sentiranno le voci di aziende come UPS e Yahoo!, così come quelle di esperti da EcoSecurities, The Climate Group e altre organizzazioni sulla linea del fronte del business e del clima.

Ho tentato, negli ultimi giorni, di trovare qualche speranza (Hopenhagen) nella parola Copenhagen — di essere, cioé, positivo sui risultati del summit sul clima del COP15 appena concluso. L’evento si è concluso con un bisbiglio, non un suono fragoroso, una conclusione per nulla sorprendente per un evento sovrastimato del quale tutte le parti coinvolte avevano parlato come dell’appuntamento a cui tutto il mondo guardava per risolvere un unico, critico problema che interessa…beh, l’intero mondo.

Una volta terminato, l’intero esercizio – circa 50mila partecipanti ufficiali, e probabilmente altrettanti non ufficiali, centinaia di eventi, da negoziazioni formali ad accorpamenti disomogenei attorno ad un tavolo di persone che hanno a cuore il problema – è sembrato un nulla, un esercizio di futilità nato da un ideale che attori i più disparati potessero trovare uno scopo comune nel risolvere assieme problemi globali.

Come oramai saprete, il Copenhagen Accord che il summit ha infine prodotto è una semplice dichiarazione messa insieme da cinque paesi e ‘riconosciuto’, in qualche caso a denti stretti, dalla maggioranza ma non da tutte delle 188 delegazioni nazionali. Conteneva pochissime novità o spinte all’azione, riconoscendo che “i cambiamenti climatici sono una delle più grandi sfide del nostro tempo”, che “tagli radicali nelle emissioni globali sono necessari secondo la scienza” e che “l’adattamento agli effetti negativi del cambiamento del clima e ai potenziali impatti delle risposte è sfida che tutti ipaesi devono fronteggiare.” Riconosceva la necessità di prendere azioni per mantenere gli aumenti della temperatura sotto i 2°C ma non conteneva alcun vincolo legale per ridurre le emissioni di gas serra. Ci sono impegni finanziari per diversi miliardi di ollari da paesi sviluppati a favore di paesi in via di sviluppo, ma pochissime indicazioni specifiche riguardo da dove i soldi arriveranno, e dove andranno.

Un primo passo modesto, o semplicemente un non-evento? È troppo presto per dirlo, naturalmente, ma i giochi di parole stanno già lavorando in questo ed altri modi.

Per le aziende, Copenhagen sembra una ritirata, un’ooportunità mancata, in parte per causa loro. I business executives si erano impegnati a fondo, partecipando a tavole rotonde, a dibattiti, gruppi di lavoro, o approfittando dell’opportunità di partecipare ad incontri con altri uomini d’affari, rappresentati governativi, o ledader delle organizzazioni non governative presenti a Copenhagen. Ma il business – o perlomeno quelle aziende orientate al futuro – non erano adeguatamente rappresentate al tavolo dei negoziati.

Questo è in parte dovuto al fatto che il COP15 era un incontro a livello governativo, ciascuno con i suoi problemi riguardo l’economia, le necessità dello sviluppo, l’approvvigionamento delle risorse energetiche e naturali. (Le aziende erano rappresentate solo attraverso i business groups, messi allo stesso piano delle organizzazioni non governativie, le ONG, e avevano lo stesso status dei gruppi di attivitsi e non profit.) gli interessi delle aziende sembravano essere male rappresentati nei negoziati, nonostante il fatto che nella maggioranza delle economie capitaliste le aziende siano responsabili della gran parte delle emissioni.

Ma il tutto è molto più complicato di quanto possa sembrare. I problemi che i negoziatori si sono trovati ad affrontare, durante i quindici giorni di Copenhagen, sono apparentemente inestricabili. Per esempio, Brasile e Arabia Saudita hanno dato battaglia sui loro rispettivi interesse: la deforestazione, per il primo, la cattura e lo stoccaggio del biossido di carbonio per il secondo. La Russia per un momento è sembrata tenere il summit in ostaggio, intenzionata a tenere ben stretto il suo massiccio numero di crediti di emissioni — uno dei pochi effetti positivi del suo crollo economico, in quanto un’economia ferma tende a essere meno inquinante — post-2012, minacciando di gettarli tutti sul mercato in un colpo solo, causando di fatto l’azzeramento del loro valore, potenzialmente in grado di far crollare i mercati delle emissioni di carbonio.

Con tutti questi giochi in atto, come poteva la linea degli interessi del business riuscire a competere?

Le reali conseguenze per il business dei risultati di Copenhagen si riveleranno nelle settimane e nei mesi che verranno, man mano che le aziende cominceranno a comprendere cosa significhi, questa inazione del summit, per le loro strategie e per i loro azionisti.

A portare un po’ di sole in tutto questo è la considerazione di quanto avanti si siano spinte le aziende e la tecnologia nonostante la mancanza di una qualsiasi leadership politica reale sui cambiamenti climatici. L’amministrazione Bush-Cheney ha fatto di tutto per mantenere lo status quo, perfino tornare indietro rispetto ai piccoli passi fatti in materia di clima fino ad allora. Eppure, durante quegli anni, è nato il settore del cleantech, la tecnologia pulita, che si è sviluppata fino a diventare l’industria globale che èoggi. La tecnologia dell’energia rinnovabile è in marcia, e sta crescendo rapidamente per dimensioni ed efficienza in tutti gli angoli del mondo. L’efficienza energetica è diventata un grande business, specialmente per quanto riguarda le infrastrutture nell’edilizia, nonostante la quasi assoluta mancanza di regolamentazione o di segnali sui prezzi dell’energia o del carbone. Le aziende globali stanno misurando, tracciando e realizzando report sul loro impatto da emissioni di carbonio, e un’intera industria di strumenti software, servizi di contabilità e di offset sta nascendo. L’industria automobilistica ha virato decisamente nella direzione dei veicoli elettrici. Perfino i biocarburanti sembrano disponibili, oggi.

Motivi di speranza in tutto questo? Naturalmente, tutto questo si trasformerrebbe molto più velocemente se i governi del mondo si fossero dimostrati all’altezza dell’occasione, fornendo un percorso per le aziende per fare investimenti, sviluppare strategie, e innovare.

Come risultato, le domande chiave sono ancora lì, incombenti, alla fine del COP15: l’impass di Copenhagen fermerà i progressi fatti dalle corporation fino ad ora? Darà coraggio agli interessi per un’economia ad alta intensità di carbonio (e ai loro alleati tra i think tank, i politici ed i media) che perderebbero in un’econoima a bassa intensità di carbonio? I loro sforzi di si dimostreranno insufficienti, per dimensione e velocità?

Hopenhagen è ancora possibile?

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

Information

This entry was posted on January 20, 2010 by in Tecnologia and tagged , , , , , , .
%d bloggers like this: