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Una firma sul nulla

La Cina ha ufficialmente firmato l’accordo di Copenhagen. La notizia è stata data con un certa rilevanza dai mezzi di informazione. In realtà, si tratta di un passo formale, un passaggio obbligato perché il testo concordato nella capitale danese possa entrare effettivamente in vigore. Dal punto di vista politico, sarebbe stato alquanto “strano” se Pechino si fosse rifiutata di firmare un accordo che lei stessa ha fortemente voluto e che, di fatto, la lascia libera di sviluppare la propria economia senza alcun limite e controllo sulle emissioni di carbonio e sui consumi energetici.

Con l’accordo di Copenhagen, la Cina ha promesso di diminuire l’intensità di carbonio del 40-45% entro l’anno 2020. Il riferimento per il calcolo delle percentuali di riduzione è stato posto all’anno 2005. Tradotto in italiano corrente, significa che tutto continua come nulla fosse. Il grande paese asiatico, difatti, potrebbe tranquillamente raggiungere quest’obiettivo anche senza apportare alcuna correzione ai suoi attuali modelli di sviluppo economico (che l’hanno portata ad essere il più grande inquinatore al mondo, il paese responsabile della maggiore quantità di emissioni).

La scelta dell’anno (2005) non è stata casuale: il grande sviluppo dell’economia cinese ha avuto inizio alla fine degli Anni Ottanta, per poi prendere decisamente il volo verso la fine del millennio. Le critiche alla politica industriale di Pechino – impostata su un concetto di sviluppo economico senza alcun limite e preoccupazione per l’ambiente – sono cominciate a metà degli Anni Novanta, e all’inizo di questo nuovo millennio sono cresciute fino a costringere il governo cinese a modificare la propria politica economica introducendo misure di protezione ambientale. Di questo dobbiamo essere grati anche al Comitato Olimpico Internazionale, che affidando le Olimpiadi del 2008 a Pechino ha costretto i leader cinesi a prendere atto che la protezione dell’ambiente è un tema “caldo” a livello globale e che le ambizioni di leadership non potevano prescindere dal raggiungere un accordo in quel campo.

D’altro canto, ponendo la linea di confine al 2005, Pechino ha ottenuto di “abbuonare” lo sviluppo selvaggio degli anni precedenti, garantendosi una sorta di assoluzione per quanto fatto fino ad allora.

Tutto da scoprire, poi, è il vero significato di quanto promesso dalla Cina: una diminuzione del 40-45% dell’intensità di emissioni, come si può tradurre in termini di conventional quota targets, l’unità di misura internazionalmente convenuta come indicatore per la valutazione dei programi di riduzione delle emissioni?

Secondo la Energy Information Agency del Dipartimento dell’Energia USA, in uno scenario da business as usual, senza apportare alcun cambio o correzione nel modello di sviluppo, nel 2020 la Cina avrà un’economia da $16.9 milioni di miliardi (in 2005 PPP dollars) e le emissioni di energia raggiungeranno quota 9.4 GtCO2. L’intensità di carbonio sarà quindi pari a 0.56 tCO2 per ogni mille dollari di PNL: nel 2005 questo valore era di poco superiore a 1.0. La “promessa” cinese di diminuire l’intensità di carbonio del 40-45%, quindi, può essere mantenuta pur continuando ad inquinare e distruggere l’ambiente quanto oggi. Uno scenario confermato anche da studi della International Energy Agency, che pone il valore dell’intensità di carbonio dell’economia cinese a 0,55 nel 2020.

Che ruolo possono giocare i forti investimenti nelle nuove fonti di energia, vento e sole, di cui la Cina rappresenta il principale mercato ad oggi? In realtà, questi sviluppi sono stati presi in considerazione da entrambi gli studi menzionati, che hanno incorporato nei loro calcoli gli investimenti e lo sviluppo nelle fonti di energia alternative. Per esempio, l’IEA comprende nel suo studio la produzione di 114 GW di energia eolica e nucleare (oggi sono 14). Progressi annullati dal fatto che l’economia cinese, ancora nel 2020, ballerà al ritmo del carbone, la cui capacità è stimata, nel 2020, in 1000GW. Il doppio rispetto ad oggi.

In conclusione, l’impegno che Pechino propone di rispettare è nient’altro che continuare come nulla fosse, mantenere le modalità di sviluppo già pianificate. Fumo negli occhi, si potrebbe dire. Nessuno sforzo ulteriore che possa servire a raggiungere l’obiettivo globale di un maggiore rispetto dell’ambiente. Con o senza firma cinese, l’Accordo di Copenhagen rimarrebbe una scatola vuota di significati.

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