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“Riportare l’industria al centro dell’economia”

Riportare l’industria manifatturiera al centro del sistema produttivo ed economico europeo. Innovare il tessuto delle industrie, attraverso l’aggregazione di aziende (Reti di Imprese), nuovi modelli di formazione del personale e una più profonda connessione con il mondo della Ricerca e dell’Università. Proteggere il patrimonio delle conoscenze, del know how, in possesso delle aziende a livello europeo. Prestare attenzione alla catena di produzione del valore nella sua interezza, e non nei singoli elementi. E da ultimo, ma non per questo meno importante, spingere il settore bancario ad un maggiore supporto delle piccole e medie imprese, affinché garantiscano il flusso di soldi e finanziamenti su cui le aziende, e in particolare le PMI, devono poter contare per i loro investimenti.

Antonio Tajani è Vice Presidente della Commissione Europea e Commissario per L’industria e l’Imprenditoria. Voce autorevole dunque, per i piani e i progetti dell’UE a sostegno delle aziende. Ecco quanto ci ha raccontato durante un incontro avvenuto in occasione della visita all’Energy Cluster di Legnano.

Per cominciare, Commissario, perché questa visita all’Energy Cluster di Legnano?
“Non è un caso che proprio qui, circa due anni fa, ha preso il via il progetto dell’Energy Cluster, oggi all’avanguardia in Europa essendo secondo (per numero di addetti) soltanto a quello situato a Norimberga. Tecnocity ed Energy Cluster sono, se vogliamo, il simbolo di una piccola rivoluzione industriale che segna il passaggio tra due secoli, ovvero tra due epoche industriali diverse. Un magnifico esempio di de-industrializzazione, seguita da riqualificazione e, quindi, da una nuova industrializzazione. Così come le vecchie turbine si sono rinnovate per mantenersi competitive sui mercati, allo stesso modo il vecchio concetto di fabbrica ha lasciato spazio alle nuove sfide della Ricerca e dello Sviluppo, dell’Internazionalizzazione e dell’Innovazione nell’Industria e nelle Piccole e Medie Imprese”.

“Negli ultimi mesi ho lavorato a tre diverse iniziative (tutte complementari) che interessano e riguardano da vicino le aziende dell’Energy Cluster: il documento che fissa le principali linee della nuova politica industriale europea (presentato alla fine di ottobre dell’anno scorso), la nuova politica dell’innovazione europea (anche lei dell’ottobre scorso) e infine le Reti di Impresa che, meno di una settimana fa, hanno ricevuto la buona notizia del semaforo verde della Commissione Europea, che ne ha escluso qualsiasi riserva sul fronte degli aiuti di stato”.

“Altra buona notizia è che proprio in queste ore il mio collega Commissario all’Energia Oettinger ha illustrato la sua nuova Comunicazione sulle fonti d’energia rinnovabili, particolarmente attesa non solo dagli ambientalisti ma anche da un’intera comunità imprenditoriale che scommette in nuove e sempre più propizie opportunità in questo terreno fertile delle tecnologie verdi”.

Partiamo dal Piano per una Nuova Politica Industriale.
“Il piano, presentato ad ottobre, poggia sulla consapevolezza che l’Europa deve restituire piena centralità alla sua industria manifatturiera. Abbiamo visto i guasti che si verificano quando, al contrario, si punta sulla finanza e sulle banche, sulla speculazione finanziaria, invece che sulla produzione di beni e servizi. Allo stesso tempo, dobbiamo dotarci di una nuova e moderna politica industriale che chiuda i conti con il vecchio e superato approccio tipico degli anni ’80 e ’90”.

“Abbiamo bisogno di un’industria moderna e competitiva, perché da essa giungono gran parte delle risposte alle grandi sfide che si prospettano per l’UE nei prossimi decenni. Ad esempio, il cambiamento climatico e l’invecchiamento della popolazione. Per capire quanto possa essere importante il contributo del mondo dell’industria, basti pensare che l’80% di tutte le attività di ricerca e sviluppo del settore privato si svolge in ambito manifatturiero”.

Cosa si aspetta l’Unione Europea da questo Piano?
“Se l’Europa sarà in grado di realizzare appieno questa strategia, entro il 2020 stimiamo la creazione di 5 milioni di posti di lavoro nell’industria e nel vasto indotto dei servizi per l’impresa, di cui 3 milioni nelle PMI”.

“Per consentire alle nostre imprese di realizzare questo potenziale proponiamo di portare avanti un nuovo approccio integrato che unisca le differenti politiche che incidono sulla competitività, come la politica commerciale, la concorrenza, i trasporti, l’energia o l’ambiente. Questa dimensione integrata della politica è fondamentale e si traduce nella stretta interazione tra l’iniziativa di politica industriale e altre adottate dalla Commissione in questi ultimi mesi nell’ambito della strategia Europa 2020, come l’Unione dell’Innovazione, il Single Market Act, nonché la Comunicazione sulla politica commerciale”.

Nel suo intervento davanti agli imprenditori dell’Alto Milanese ha parlato, a lungo, della necessità di proteggere la catena del valore.
“Sono convinto che bisogna considerare la catena del valore industriale nella sua interezza: dall’approvvigionamento energetico alle materie prime, fino ai servizi post vendita e al riciclaggio dei materiali. Partiamo dal presupposto che, oggi, ogni catena di produzione è altamente frammentata, sono rari i prodotti che son o interamente fabbricati in Europa”.

“Prendiamo l’esempio della produzione di alluminio, processo produttivo ad alta intensità energetica: il rischio che questo settore corre è di perdere competitività proprio a causa degli elevati consumi di elettricità, risorsa che sta diventando troppo costosa, in Europa, rispetto ad altre economie del pianeta. Se la produzione di alluminio si trasferisce fuori dall’Europa, c’è il rischio che anche la trasformazione dell’alluminio segua questa strada, e così via. In altri termini, l’intera catena di valore dell’alluminio, dalla ricerca al riciclaggio, potrebbe lasciare l’Europa soltanto perché un elemento della catena, la produzione di elettricità, non è competitivo”.

“È fondamentale, quindi, un accesso ai mercati a condizioni eque. Il che significa permettere agli investitori stranieri di partecipare ai nostri appalti pubblici, che rappresentano il 17% del PIL dell’Europa, ma garantire che anche le nostre imprese possano fare altrettanto al di fuori dei confini dell’UE. Significa anche mettere in campo una strategia sulle materie prime a livello europeo, che ci garantisca un approvvigionamento di materie prime sostenibile sul lungo periodo, in grado di evitare la trappola della dipendenza dai paesi terzi. Come avviene oggi con la Cina, dalla quale dipendiamo per il 97% delle terre rare”.

“Significa anche predisporre una strategia in grado di salvaguardare gli asset strategici europei, in particolare per quel che riguarda il know how e gli investimenti in Ricerca&Sviluppo, dall’acquisizione da parte di Paesi terzi. È una mia convinzione personale, di cui ho intenzione di discutere con i miei colleghi comunitari, non appena i lavori di studio e approfondimento che i miei servizi stanno portando avanti saranno ultimati”.

Che ruolo possono, o devono, svolgere le banche, in tutto questo?
Le banche devono essere integrate in questo sistema, devono essere in grado di assicurare il flusso di risorse finanziarie di cui le aziende hanno bisogno. Se guardiamo al nostro Paese, vediamo che le banche italiane hanno si sono comportate molto meglio di quelle di altri paesi: le conseguenze delle crisi monetarie sono state inferiori, da noi non si sono verificati casi di banche in difficoltà come in Islanda, Irlanda o Grecia o altri Paesi dell’Unione Europea. Ciò non toglie che anche da noi e banche possono e devono fare di più”.

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