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Non dimenticare Nikolajewka

“Sapevamo che oltre quel terrapieno della ferrovia c’era l’Italia. Il Generale Reverberi mi chiese di calcolare le posizioni delle katiusce russe in base ai lampi che mandavano quando sparavano. Ma non avevamo più munizioni. Molti non avevano neanche più le armi, abbandonate o perse durante la lunga marcia per arrivare fino a lì, costellata di continui attacchi delle pattuglie nemiche e dei partigiani. Gli alpini si lanciarono di corsa verso le posizioni russe e noi artiglieri dietro. Sfondammo, e da lì in avanti il nemico da vincere furono il freddo e i patimenti”.

Marino Mazzoleni, classe 1922, ricorda ancora benissimo Nikolajewka e l’intera campagna di Russia.

Alpino addetto al calcolo del tiro per l’artiglieria – aveva frequentato il corso di specializzazione a Venarìa Reale – era arrivato nelle sconfinate pianure bagnate dal fiume Don nel 1942. “Il treno dall’Italia ci lasciò a Novo Gorlowka: da lì avremmo dovuto proseguire a piedi fino al fronte”. Una marcia di quattrocento chilometri, trenta-quaranta al giorno, con zaino, armi, attrezzature e muli. Una lunghissima fila di esseri umani, muli, cavalli, carri, che si snodava come un serpente nella pianura.

La combinazione volle che, durante la marcia, si imbattesse nel 97°, il reparto di autieri in cui era arruolato uno dei suoi due fratelli. “Il capitano mi diede il permesso di andare da lui, tanto la mattina dopo avremmo comunque dovuto passare da quel punto e mi sarei ricongiunto con gli altri”.

C’era anche un terzo fratello Mazzoleni in Russia, ma “lo rimandarono in Italia perché la legge impediva ci fossero più di due fratelli sotto le armi”.

Arrivò l’inverno, e con esso il contrattacco russo, il crollo del fronte, la ritirata nel freddo delle pianure russe: quarantatre gradi sotto zero. L’epopea dell’armata italiana in Russia. A piedi dal Don a Niolajewka, e poi ancora a piedi per altri trecento chilometri, fino a raggiungere il treno per l’Italia.

Arrivò a Vipiteno il 5 settembre. Tre giorni dopo, l’armistizio. “Io ed altri prendemmo la via verso casa. Chi non lo fece, pensando che comunque la guerra era finita e non c’era da temere un attacco dei tedeschi, si trovò davanti i panzer della Wehrmacht e mandato nei campi in Germania”.

Non fece molta strada, Marino Mazzoleni: venne catturato a Riva del Garda, e da qui trasferito a Milano. “Avremmo dovuto poi raggiungere i reparti della RSI a Bologna, ma approfittando di un permesso fuggimmo. L’idea era di andare in Svizzera, ma il confine era chiuso, non ci lasciarono entrare”.

Alcuni mesi passati nascosto nella casa di un amico, poi il viaggio in treno a Grosio in Valtellina, paese d’origine della madre, dove si sarebbe unito ai partigiani della zona. Fino al definitivo ritorno a casa.

 

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This entry was posted on February 26, 2013 by in Uncategorized.
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