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Quale sviluppo per le regioni alpine

Un’opportunità ed una sfida. Questo rappresenta, secondo Annibale Salsa – antropologo, autore di studi e ricerche sull’identità delle popolazioni delle Alpi, la loro genesi, la storia e, soprattutto, il loro futuro – per la montagna il periodo di crisi che stiamo attraversando in questi anni. L’opportunità di invertire un trend di abbandono e degrado, la sfida di riportare la montagna la centro della vita economica e sociale del futuro.

Proprio da questo punto, quale futuro per le montagne e le loro genti, prende il via l’incontro con il docente di antropologia culturale presso l’Università di Genova ed ex Presidente del Club Alpino italiano.

“Di certo non un futuro da campo da gioco, come è stato per tanto tempo”, la sua replica immediata.

“Occorre cambiare rotta, adottare modelli di sviluppo e di gestione nuovi. Quelli vecchi, basati sulla montagna come luogo per lo svago, il divertimento, la seconda casa, non sono più attuali. E di certo non lo è una visione romantica e idealista della montagna. Al contrario, dobbiamo tornare a vedere le Alpi come luogo in cui si può vivere, lavorare e produrre. E non necessariamente soltanto nell’agricoltura o nella pastorizia, che pure sono importanti. Anzi, un ritorno al settore primario è auspicabile, in nome anche di una produzione di qualità prima ancora che di quantità, ma non ci si deve limitare a questo. Si può fare di più, molto di più. Gli sviluppi della tecnologia danno la possibilità di avviare attività di produzione di beni e servizi anche in montagna. Non è più necessario essere in città per produrre e per essere in contatto con clienti e fornitori”.

Il quadro che lei definisce vede, come altra faccia della medaglia, un aumento della pressione demografica sulla montagna: tornare a viverci significa costruire case, strade, servizi.

“Le case esistono già, anzi sono anche troppe, tutte quelle costruite in questi decenni per il turismo. Per quanto riguarda la presenza umana, è auspicabile il suo aumento. Una presenza che deve però essere permanente, non temporanea e turistica. La montagna ha bisogno di abitanti, non di turisti. Anche per un altro aspetto fondamentale in questo discorso”.

Quale?

“Gli ultimi decenni hanno visto il rinselvaticamento della montagna. Qualcuno lo chiama rinaturalizzazione”.

Non è un aspetto positivo, la Natura che riprende possesso della montagna e del suo ambiente?

“Se pensiamo all’Ambiente, sì. Se pensiamo al Paesaggio, no. C’è differenza, tra i due. Noi viviamo nel Paesaggio, non nell’Ambiente. Quando l’ambiente naturale viene plasmato dall’uomo, allora hai il Paesaggio, che è frutto di interventi culturali. Certo, bisogna saperlo fare, gli interventi devono essere pensati e realizzati con attenzione, con cura. Con Cultura, appunto. Pensando ad un punto di equilibrio tra necessità umane e necessità della natura. Teniamo presente che il ciclo naturale della montagna, del bosco, delle valli, comprende anche la slavina, la frana, il degrado, l’alluvione, l’incendio…è questo che vogliamo? No. Possiamo permettercelo in alcune zone ben precise. I parchi, come quello della Val Grande in Italia o dell’Engadina in Svizzera. Ma vivere in montagna significa gestirne l’ambiente per farne un paesaggio”.

Siamo pronti per invertire la rotta?

“I segnali ci sono. La gente sta tornando a vivere in montagna. La tecnologia, come detto, può aiutare. Non si vive più isolati, in montagna. Alcuni piccoli comuni si stanno dando da fare in questo. Conosco diversi progetti interessanti lungo tutto l’arco alpino. Serve l’intervento delle grandi istituzioni, l’Unione Europea, per esempio. Anche se proprio lei è stata una delle cause dell’abbandono della montagna: la politica UE in materia di agricoltura è stata, per decenni, dominata da paesi come Olanda e Danimarca, che di montagna non capiscono niente. L’inversione della rotta deve patire anche da lì”.

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This entry was posted on May 26, 2013 by in Uncategorized.
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