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Como ed il Lario, la devastazione arriva da lontano

“Tutte le città d’Europa possiedono viali ombreggiati, parchi, guardie zoologiche, orti botanici, ecc. Ad Amburgo le ombrose passeggiate lungo i laghetti formati dall’estuario del fiume Elba, a Copenhaghen il giardino di Rosenborg, a Christiania l’Holmenkolmen, lo Skansen ed il Diurgarden a Stoccolma, senza contare le vastissime aree ombreggiate di Parigi, Berlino, Vienna. […] Da noi si taglia, si abbatte senza discernimento, basta bandire una esposizione, una mostra qualsiasi perché si proceda sistematicamente al saccheggio dei giardini, dei parchi: non si tiene più conto delle esigenze della popolazione, persino i privati tagliano ove vogliono per i loro motivi personali le piante pubbliche.”

Sembrerebbe il lamento per lo sfruttamento, anzi la distruzione, dell’ambiente di Como e del Lario a cui stiamo assistendo oggi, con palazzi dal dubbio gusto architettonico e scarsa necessità abitativa che prendono il posto di boschi e prati, deturpano la linea di costa, chiudono visuali e panorami che per secoli hanno attirato viaggiatori e turisti, ispirato racconti e poesie, quadri e fotografie, rendendo il nostro territorio uno dei capisaldi del romanticismo in tutto il mondo, dal Nordamerica al Lontano Oriente.

In realtà, queste parole sono state scritte un secolo fa, nel 1910, e rappresentano quindi un’ottima testimonianza di quanto la preservazione e la valorizzazione dell’ambiente non siano mai stati tra i punti di forza della cultura politica ed imprenditoriale comasca e certi comportamenti, certe brutture, non costituiscano una novità.

A scriverle è stato Alberto Ricordi, nel suo La fine della pesca nel lago di Como, di cui è stata fatta una ristampa anastatica nel 2000, da parte di Alessandro Dominioni Editore, con la partecipazione dell’Amministrazione Provinciale. Un libro che, partendo dall’analisi dei sistemi di pesca in voga in quegli anni – e che il Ricordi considerava assolutamente nefasti per la salute del lago come ecosistema, come espresso fin dal titolo del volume – si allarga a prendere in considerazione lo stato del nostro territorio nel suo complesso.

Ricordi è un personaggio alquanto misterioso: di lui non si sa assolutamente nulla, non risultano altri scritti, altre opere, nessuna traccia che possa indirizzare verso una sua biografia, come uomo e come autore. Rimane, però, questo libro, a inserirlo di prepotenza tra i precursori dell’ambientalismo: le pagine de La fine della pesca nel lago di Como sono un vero e proprio inno alla necessità di una gestione attenta ed oculata dell’ambiente, con oltre settanta anni di anticipo sulla stessa definizione del concetto di sviluppo sostenibile.

Amava Como ed il Lario, questa è l’unica sicurezza. Un amore che l’ha spinto a bacchettare senza pietà amministrazioni locali, autorità governative, imprenditori ma anche semplici cittadini insieme: “…sull’unico viale, passeggiata favorita dagli abitanti e dai villeggianti, perché lungo il lago, di un ameno paesello di in quel di Como, è infisso un palo che porta un cartello con la seguente dicitura: ‘Lungo il viale è vietato far asciugare panni o altro – Art. 42 Regolamento Comunale’. Ora, questo misero palo è incaricato, quasi a ludibrio o scherno, di sostenere le corde che servono a fare asciugare la biancheria per una lunghezza di circa 200 metri….Povero palo! fa davvero compassione: se proprio ci si tiene che esso serva ai comodi delle lavandaie del paese, si levi almeno quel pomposo cartello che richiama un articolo di un Regolamento Comunale, e che fa l’effetto del berretto di Arlecchino.”, si legge sulle sue pagine.

Riporta, il Ricordi, decreti prefettizi a cavallo tra Ottocento e Novecento, riguardo l’uso di reti a strascico per la pesca sul lago, quali linaio o buttera – quest’ultima non a caso chiamata nettafund, per i suoi effetti disastrosi sul fondo del lago – che esprimono l’atteggiamento ondivago dei rappresentanti governativi, soggetti alle forti pressioni delle lobby (come si chiamerebbero oggi) di imprenditori e associazioni locali e delle amministrazioni comunali da loro controllate. Come il Prefetto Piras Lecca, che nello spazio di soli nove mesi – dal settembre 1897 al giugno 1898 – passa dalla conferma della proibizione all’uso delle reti a strascico all’emanazione di un decreto che concede “in via provvisoria e sottoposto a condizioni l’uso sul lago di Como delle reti linaio linate ecc.”.

La cattura indiscriminata di pesci di varie specie e dimensioni, anche durante i periodi di riproduzione – con effetti devastanti sulla popolazione ittica -, la falsificazione di certificati e documenti sulla provenienza del pesce e sulle dimensioni delle maglie delle reti utilizzate, sono solo alcuni dei comportamenti che il Ricordi stigmatizza e che sembrano essere del tutto condivisi dalla popolazione e tollerati, quando non spinti, dalle autorità.

Le pagine del libro di Alberto Ricordi, insomma, gettano nuova luce sulla storia dello sfruttamento del territorio comasco e lariano, e su come le varie generazioni che si sono succedute hanno gestito (male) la ricchezza naturale che avevano a disposizione e andrebbero forse rilette con maggiore attenzione.

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This entry was posted on July 31, 2013 by in Uncategorized.
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