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Dall’Etna il vino che arriva dal ‘centro della Terra’

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I vigneti delle Terrazze dell’Etna e, sullo sfondo, il vulcano coperto di neve. Un microclima del tutto particolare che consente coltivazioni altrettanto particolari.

Coltivare vigne sulle pendici di un vulcano. Vigne che affondano le loro radici direttamente al centro della T  erra. Situazioni assolutamente anomale, ed il vino che nasce da questi grappoli è altrettanto anomalo. E buono.

Stiamo parlando del vino prodotto da Terrazze dell’Etna, azienda che posta all’interno del parco naturale del vulcano siciliano. I suoi terrazzamenti – che danno anche il nome all’azienda – colonizzano e decorano le pendici del vulcano dai 650 ai 900 metri di altitudine. Una situazione geografica, climatica e geologica del tutto particolare, probabilmente senza eguali al mondo. Ne abbiamo parlato con Gloria Fossati, in occasione di Food&Wine a Milano, lo scorso mese di febbraio.

“L’azienda è stata creata andando a recuperare una serie di terrazzamenti abbandonati”, ci racconta. “Il nome Terrazze dell’Etna deriva proprio dal fatto che tutto il terreno disponibile è coltivato a terrazzamento”.

“L’obiettivo è valorizzare il Nerello Mascalese, il vitigno autoctono dell’Etna. L’80 per cento della nostra produzione si basa infatti su questo vitigno. Vinifichiamo sia in bianco che nelle diverse declinazioni di rosso e abbiamo poi un rosato, sempre da Nerello Mascalese doc, e due spumanti metodo classico che ovviamente esulano un po’ dal contesto, almeno apparentemente. Dico così, perché in realtà la spumantizzazione sull’Etna risale almeno alla fine del Settecento. Abbiamo trovato delle antiche etichette, all’epoca si chiamava Champagne Etna, per cui abbiamo recuperato anche questa tradizione”.

La visita ad una cantina o azienda vinicola non può limitarsi alle sole parole: l’assaggio dei vini è d’obbligo, perché solo la degustazione del prodotto può consentire un giudizio sulla bontà o meno di un lavoro. Ecco quindi, che Gloria Fossati ci introduce ad un giro dei vini delle Terrazze dell’Etna.

“Partiamo da un Nerello Mascalese in bianco del 2013, si chiama Ciuri, fiore in siciliano. È un bianco sapido, fresco e correttamente profumato. Un vino che non ti aspetti, per la sua freschezza e leggerezza: sono solo 12,5 gradi, una gradazione che non ti aspetteresti da un vino del sud italia. Può accompagnare sia carni bianche, per il fatto che è in realtà un rosso, io lo chiamo ‘una mora tinta di biondo’, sia piatti di pesce”.

In effetti è un bianco atipico.

“Molto atipico, un bianco francese o dell’Alto Adige, non certo un bianco che una persona collegherebbe alla Sicilia. Questo perché, ovviamente, l’Etna non è Sicilia, è un continente a sé”.

L’Etna in effetti è qualcosa a sé rispetto a tutta Europa, non solo all’Italia.

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La lava solidificata, il vero segreto del vino etneo

“Assolutamente. Sia l’altitudine, sia il livello di mineralità del terreno lo rendono unico. Dobbiamo pensare che le vigne crescono con le radici immerse nel minerale disciolto proveniente dal centro della Terra e diventato lava, uscito dal vulcano e ritornato ad essere polvere. E poi anche l’escursione termica giorno-notte aiuta la vigna ad avere un microclima ideale”.

Mi diceva che quei terrazzamenti erano stati abbandonati.

“Sì, da diversi proprietari. È stata un’opera di acquisto, magari un ettaro per volta, per arrivare a comporre il mosaico completo. Ora sono 36 ettari in un’unica proprietà”.

Abbandonati perché non avevano più la forza di lavorarli o c’era qualche motivo particolare?

“Dipende. Più che altro avere un piccolo vigneto e produrre un po’ di vino era normale, era di casa, sull’Etna. Si trattava più che altro di una coltivazione per consumo personale, per la famiglia. Altri vigneti erano stati abbandonati perché i figli erano andati a vivere altrove e non potevano certo curarsi delle vigne sull’Etna”.

Il classico fenomeno di abbandono delle campagne e delle montagne.

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Alcuni dei vigneti con oltre 70 anni di età ritrovati nei terreni abbandonati. Da loro è partito il programma di recupero del vino etneo

“La storia è un po’ sempre quella. E ovviamente erano in stato di abbandono molto accentuato. Le vigne erano coperte di rovi. Per fortuna abbiamo trovato una grande quantità di vigne antiche, vecchie di oltre settanta anni”.

Ancora attive?

“Assolutamente! E con questa selezione di vigne antiche facciamo il nostro top di gamma, il Nerello Mascalese in purezza, che è il Cirneco”.

“Anche le case, le costruzioni, i palmeti sono stati recuperati. Abbiamo ricostruito un ambiente tipico di una volta, sotto tutti i punti di vista”.

Vedo dalle immagini che si tratta di terrazzamenti molto stretti, quindi anche la lavorazione deve per forza di cose essere fatta tutta a mano, non è possibile utilizzare trattori o altri macchinari.

“Bravo! Ha detto giusto: è tutto a mano, sia la zappatura, sia la lavorazione della vite e della vigna”.

“Le faccio assaggiare anche il rosso, nel frattempo. Questo è un Nerello Mascalese più 20% Nerello Cappuccio. Fa sei mesi in tonneau, in rovere francese a doppia tostatura, e un anno in bottiglia. Il nome Carusu significa ragazzo, ed in effetti è un vino giovane”.

Quante bottiglie producete, ogni anno?

“Circa 170mila, in totale”.

Vedo che avete anche gli spumanti: una cosa decisamente poco comune, in Sicilia, che non è terra di spumanti.

“Solo il microclima dell’Etna permette di produrre spumanti metodo classico, con una lavorazione totalmente a mano, artigianale in un serto senso. Tutto grazie al microclima del vulcano, non ci sono altri segreti”.

È proprio la natura che ci fa questi regali.

“La natura che permette al Pinot nero ed allo Chardonnay che crescono sull’Etna di avere una mineralità, un bouquet ed un gusto più tipico, più accattivante, più intrigante, rispetto a vitigni internazionali”.

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