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Slow Food: “A Expo per comunicare la trasformazione”

Capture“Siamo qui per fare cultura, per comunicare la trasformazione. Siamo qui perché, come un contadino marocchino mi ha detto una volta, una sedia vuota non paga mai”.

Così Carlo Petrini ha voluto sostenere la presenza di Slow Food, di cui è fondatore e anima, a Expo 2015. Per comunicare la trasformazione – “perché i nostri bambini crescono senza sapere come un chicco di caffé diventa caffè, o un chicco di cacao diventa cioccolato” – e per far sentire una voce alternativa a quella delle grandi compagnie e multinazionali. In primis, quella di McDonald’s, nei cui confronti Petrini è sempre caustico: “Quando sento dire che Expo ospita tutti, da McDonald’s a Slow Food, mi viene l’aritmia: come se noi fossimo il contrappeso a McDonald’s!”, ha esclamagto in tutta la sua verve polemica.

“Vendere un panino a 1,20 euro non li rende i salvatori del mondo”, ha poi continuato. Spiegando che “quell’euro e venti centesimi nasconde il vero costo: i costi della salute, dell’inquinamento, che noi tutti ci paghiamo”.

Ecco, dunque, i motivi per cui anche Slow Food ha voluto essere, pur sapendo di trovarsi a fianco dei loro ‘nemici’ (se così si può dire) naturali, quelle grandi multinazionali che pur producendo solo il 20% del cibo controllano l’80 per cento delle ricchezze mondiali.

“Slow Food vuole dialogare”, dice Petrini. “Vogliamo portare avanti le nostre istanze, udire anche le critiche e in maniera dialettica portare avanti le cose. Expo non può ridursi alla sola estetica: ci devono essere i contenuti. L’expo l’abbiamo vinta per i contenuti: su questo noi siamo fermi e puntiamo il piede”.

Un discorso che prende l’avvio dallo stesso stile e concetto del padiglione che ospita l’organizzazione, disegnato e progettato dallo svizzero Jacques Herzog.

“Jacques ha interpretato la nostra idea di essere a Expo come, appunto, idea partecipativa, per affronatare le tematiche che a noi stanno a cuore, per prima la biodiversità, la difesa della biodiversità, il grande patrimonio che l’umanità ha e deve saper trasmettere alle future generazioni”, il riconoscimento del presidente di Slow Food all’architetto renano.

Petrini ha poi voluto affrontare il tema dei contenuti di Expo, partendo dal suo stesso slogan: nutrire il pianeta.

“Che non significa depredare le risorse della terra, sfruttarle oltre ogni misura in nome del produttivismo, chiedere sempre di più alla terra con l’immissione di chimica, con una produzione che distrugge la produttività dei suoli. Chiedere di più alla terra non significa utilizzare l’ìacqua in maniera smisurata. Il 76% dell’acqua viene malamente utilizzato in agricoltura, senza forme di irrigazione sostenibile. Buttiamo via acqua come se fosse una risorsa infinita. Da questo punto di vista la biodiversità è l’elemento più prezioso per la sostenibilità”.

Eccolo, il tema centrale di tutto il discorso: la sostenibilità, di cui Petrini ha voluto dare un piccolo resoconto storico per chiarirne il vero significato.

“Sostenibilità deriva da sustain, il pedale del pianoforte che allunga la nota: quindi il concetto giusto di sostenibilità lo esprimono bene i nostri cugini francesi quando lo traducono durable, duraturo. Qualsiasi atteggiamento che noi realizziamo in agricoltura deve garantire che gli effetti positivi durino a lungo. Non dura a lungo avvelenare a terra e rapinarne il più possibile. Anzi, la impoverisce. Non dura a lungo sfruttare le risorse idriche in maniera irresponsabile per poi non avere più acque da consegnare alle generazioni future”.

Un concetto, un’idea, un atteggiamento colto in pieno da Jacques Herzog che “ha interpretato la nostra ricerca di sobrietà e moderazione: non si può parlare di cibo in un pianeta dove c’è ancora la morte per fame con una struttura opulenta, ridondante. Non è elegante parlare di cibo ostentando opulenza. Il taglio che abbiamo voluto dare al nostro padiglione, e che Jacques ha saputo interpretare, è proprio il rifiuto dell’opulenza. Tutte le strutture che vedete sono state studiate per essere smontate e riproposte in maniera modulare dopo Expo. La nostra idea è che la memoria di questa Expo si materializzi nelle scuole e negli orti, in Lombardia o a casa dei nostri fratelli africani”.

Il padiglione è dunque il frutto di un lungo lavoro comune, tra il team di Slow Food e quello dell’architetto di Basilea. Un lavoro che ha arricchito entrambe le parti. “Loro hanno potuto studiare, comprendere e condividere il concetto di sostenibilità dal punto di vista agroalimentare; noi che l’architettura moderata, sobria, è l’essenza della bellezza. Bellezza è sobrietà. E anche nel mangiare, non è vero che la ridondanza sia sinonimo di bellezza: delle volte c’è molta più bellezza nella sobrietà di piatti semplici che non nella fantasmagorìa addirittura esasperata di piatti elaborati. Viviamo in una società mediatica dove cuochi tutti maschi, dal mattino alla sera in televisione, sono diventati dei maitre a penser: nessuno si ricorda che la potenza della gastronomia è data da milioni di donne che in ogni angolo del pianeta con poche cose hanno fatto i più grandi piatti dell’umanità”

“Tutti questi temi: sobrietà, moderazione, sostenibilità, sono affrontati in pieno nel nostro padiglione”, la chiusa di Petrini. E per questo Slow Food ha voluto essere dentro Expo 2015.

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