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Il fascino di artigiani e commercianti

IMG_8992Ceva. Non sarà forse tra le più belle delle cittadine piemontesi: non ha lo charme e l’eleganza di Stresa o Pallanza, per esempio, o il fascino dello spirito innovativo del neorazionalismo di Biella o, ancora, la sobrietà un po’ snob di valenza, casa dell’industria orafa. Però è indubbio che anche la cittadina all’imbocco della Valle del Tanaro, e alla confluenza tra lo stesso Tanaro e la Cevetta, ha il suo fascino e attira l’occhio di un visitatore che sappia e voglia andare oltre la superficie.

(Guarda la fotogallery)

Via Marenco, con la sua doppia fila di portici, è la testimonianza fisica delle capacità artigianale e commerciale dei cebani nel corso dei secoli. Il nome antico di questa via è indicativo della sua tipologia costruttiva: Contrada delle Volte. I locali sul piano stradale, infatti, erano tutti con il soffitto a volta, tipico delle costruzioni artigianali e commerciali, delle botteghe in cui è nato e si è sviluppato il genio italico che tanti invidiano. Oggi, al posto delle botteghe artigiane, dei fabbri, dei vinaioli, dei salumieri e di tutti i commercianti che vendevano i prodotti del territorio o quelli che arrivavano grazie al commercio tra Piemonte e Liguria, ci sono caffé e pasticcerie – a indicare la trasformazione della via a ‘salotto’ della città – ma alcune botteghe commerciali tradizionali sopravvivono. Partendo da Porta Giovanna, l’accesso alla città dal Cevetta, infatti, la prima ‘bottega’ che si incontra è quella di un fiorista.

IMG_9030La modernizzazione del cuore pulsante della comunità cebana non si è però spinta oltre. È ancora possibile ammirare la lunga schiera dei portoni e delle vetrine in legno di una volta e che fanno tanto Vecchio Piemonte. Così come è ancora possibile ammirare, in alcune vetrine, oggetti oggi decisamente desueti, ma che per i nostri nonni sono sinonimo di uso comune e quotidiano.

IMG_9049Sparsi qua e là lungo la via ed i suoi portici possiamo distinguere anche i segni delle trasformazioni che i palazzi hanno vissuto nel corso dei secoli. Sempre prendendo come punto di partenza Porta Giovanna, su una colonna è quasi subito visibile una di queste tracce, che indica chiaramente come i due fabbricati che insistono su di essa abbiano vissuto storie leggermente differenti.

Purtroppo, sono molti anche i segni del declino, quando non del degrado. Non poche le botteghe chiuse, gli accessi sprangati, le porte palesemente inutilizzate da anni se non decenni. Testimoni muti di un percorso difficile che Ceva – ma non solo Ceva – ha attraversato dalla fine della guerra.

IMG_9059Dicevamo dei caffé e delle pasticcerie. Poco dopo la metà della via, si incontra la Pasticceria Bono: uno stop per assaggiare i loro dolcetti – cannoncini, funghi, ma anche le semplici brioche sono da urlo – e soprattutto uscirne con un sacchetto della loro specialità, i Cevesi, dolcetti in cialda di meringa al cioccolato fondente con ripieni diversi, dal rhum alla nocciola e altro ancora.

In fondo alla lunga fila di portici di via Marenco si trova il Duomo. Iniziato nel 1630, ampliato nel 1760 e infine rifatto nel 1842. È a questa data che risale l’attuale aspetto, caratterizzato da una grandiosa facciata barocca e da una scalinata in marmo chiaro. Internamente, il Duomo offre al visitatore una struttura con un’ampia navata centrale e due laterali con quattro cappelle ciascuna. Il pezzo di maggior pregio è una statua in legno dell’Addolorata, che risale al ‘400. Non è l’unica chiesa del centro storico cebano, ma l’altra, S.Carlo, è decisamente più piccola e dalle linee semplici. La si può facilmente raggiungere prendendo, da Via Marenco, il Caroug, un vicolo coperto e stretto che attraversa le case del lato sinistro della via porticata.

Dal Duomo si può scendere verso destra, per incontrare, pochi metri dopo un piccolo passaggio sotto una casa, unaIMG_8999 curiosa iscrizione risalente, con ogni probabilità, agli anni del periodo napoleonico, quando magistrati e soldati della rivoluzione francese percorsero le lande italiche stabilendosi in numerosi centri, tra cui, evidentemente, Ceva.

Una stretta e ripida scala in sasso porta verso il retro del Palazzo della Città, la cui facciata si affaccia su piazza Vittorio Emanuele II, che ogni mercoledì ospita le bancarelle del mercato. Un mercato che si estende anche sulle vie circostanti e sull’intera via Carlo Marenco.

IMG_9260L’ultima tappa di questo breve viaggio a Ceva è Porta Tanaro. Una volta accesso principale alla città, dalla parte del fiume Tanaro (come dice il nome) è quanto rimane della cinta fortificata che proteggeva Ceva e che fu distrutta da un’alluvione nel 1331. Una curiosità di questa torre è sicuramente il suo nome ufficiale: Torre Guelfa, quando la merlatura, in realtà, la indica come ghibellina. Nell’Italia del Medioevo, alcune caratteristiche edificatrici – come appunto la forma dei merli delle mura – servivano anche a indicare l’appartenenza del signore del luogo ad una fazione o l’altra. I frequenti cambi di campo e di alleanza rendevano però impossibile, per i costruttori, seguire il ritmo dei loro signori e quindi, nell’Italia di oggi, capita di incontrare esempi di discrepanza tra assetto architettonico e storia. Notevole, di questa torre, è anche la parte che guarda all’interno dell’abitato: sembra quasi una quinta teatrale, non ha certo l’imponenza e la forza che ci si aspetterebbe da un manufatto che dovrebbe servire anche da monito nei confronti di eventuali aggressori. “Noi siamo forti, possiamo resistervi”, dovrebbe dire. La Torre Tanaro di Ceva, in realtà, non lo è, e questo fa pensare che comunque la cittadina vivesse in un territorio controllato da una potenza superiore e a questa facesse affidamento per la difesa e avesse quindi la possibilità di concentrarsi sull’artigianato e sul commercio. E i segni di questa storia sono tutti visibili girando per il centro storico cebano.

Galleria di immagini di Ceva e della Valle Tanaro

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