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Food the World Over, un viaggio all’esplorazione del cibo

Quattro fotografi, da quattro paesi in quattro continenti, per raccontare il cibo da quattro punti di vista diversi.

Apre a Como Food the World Over, viaggio all’esplorazione del cibo

Inaugurazione mercoledì 5 agosto, dalle ore 17

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Quattro continenti, quattro paesi, quattro fotografi, quattro diversi modi di ‘vedere’, il cibo, di ‘pensarlo’, di ‘viverlo’: è il leit motiv di Food the World Over, mostra di fotografie (sono 39 in tutto) di quattro diversi fotografi che espongono la loro visione del tema nei luoghi più disparati del pianeta.

Si parte dalle fredde e desolate distese dell’Artico, con Galya Morrell, giornalista, esploratrice, artista siberiana, che illustra momenti di vita quotidiana delle popolazioni nomadi dell’estremo nord del pianeta. Lei stessa nomade, per sangue – Galya appartiene all’etnia dei Komi, popolo siberiano abituato a spostarsi seguendo i ritmi della natura e degli animali – e per scelta – vive tra la natìa Siberia, la Groenlandia e New York City – con le sue foto ci porta in un viaggio fotografico che comincia dalle cose più semplici: un coltello e due pezzi di pesce, il minimo indispensabile per procacciarsi il cibo e sopravvivere quando ci si trova soli, circondati da chilometri quadrati di ghiaccio, in un ambiente che non offre certo condizioni di vita comode: il minimo errore di valutazione, una giornata di pesca o di caccia andate male, una semplice dimenticanza (magari il coltellino che sfugge dalle mani) può causare enormi problemi, o magari costare la vita. Come purtroppo è capitato proprio in occasione della spedizione da cui sono state tratte queste foto: due amici di Galya Morrell sono stati assaliti e uccisi da leoni marini. Difficoltà e pericoli che vengono esorcizzati in feste come quella di cui Galya ci ha mandato un’immagine, e che servono a ringraziare la Natura, a confermare un patto che l’Uomo ha stretto con lei.

Anche il cambogiano Chin Sokkea ha voluto mostrare la vita di tutti i giorni. In questo caso, però, siamo al’estremo sud-orientale di quell’enorme massa continentale che è l’Asia, in quella Cambogia che lotta per uscire dal disastro sociale, economico, politico causato dalle guerre e dal colonialismo che hanno marcato il suo Novecento. Le sue foto ritraggono momenti di vita quotidiana nella scuola per bambini orfani o abbandonati. In particolare, ha voluto mostrare come viene preparato, ogni giorno, il tipico piatto di quel paese, quei noodles che anche qua ormai conosciamo bene. Ma se noi possiamo semplicemente prenderli da uno scaffale di supermercato, in Cambogia devono ancora essere preparati partendo dalla materia prima, farina pestata nel mortaio fino a renderla un impasto semiliquido che scorre nei canali della impastatrice fino ad arrivare ad essere ‘filato’ e trasformato nei noodles a tutti noti. Senza dimenticare la quotidiana ‘lezione’ di igiene, qua simboleggiata dall’atto di lavarsi le mani, che nelle condizioni di vita di questi bambini assume un aspetto fondamentale per evitare l’insorgenza di malattie. Segue la distribuzione del pasto, momento pieno di allegria – i bambini sono bambini in tutto il mondo, quelli cambogiani, poi, sono noti per il loro sorriso –, a cui segue un’ulteriore ‘lezione’ per questi nostri bambini: la pulizia dei piatti e delle stoviglie. Lezione di vita, e di vita in comunità, una vita in cui tutti dipendono da tutti gli altri, e il lavoro insieme è momento fondamentale della crescita individuale e della società intera. Ultima foto, un’immagine dello streetfood versione cambogiana: niente di trendy e di fashion, piuttosto una necessità e un’abitudine, un modo di vivere in comunità anche tra persone che non si conoscono ma che condividono – magari solo per un istante – lo stesso metro quadro di una strada.

Attraversiamo il Pacifico e andiamo in Perù. Precisamente a Lima, la capitale, anzi nei suoi dintorni, a Rimac, uno dei barrios più grandi e ‘famosi’ di questo paese. Non per la presenza di reperti storici dei Maya o delle altre popolazioni andine, ma perché è uno dei luoghi più difficili dell’intero continente latino-americano. Difficile, in questo caso, significa povero, degradato, pericoloso. A dispetto di condizioni di vita così degradate, che possiamo vedere bene nelle prime due immagini, la cultura locale è ricca e intrigante. L’americana Liesl Marelli, fotografa professionista con un occhio molto attento per tutto ciò che riguarda le relazioni tra le due metà del mondo, la esplora per noi, raccontandoci le difficoltà che le donne incontrano in un ambiente così difficile e dominato da una cultura che fa del machismo un carattere prevalente, se non dominante. Eppure, anche in una favela come Rimac, non manca il sorriso, non manca la speranza, non manca la volontà di sfidare chi le donne le considera solo esseri inferiori.

Per finire, il fotografo di casa e organizzatore dell’evento, Franco Cavalleri. Sono foto, le sue, che partendo dall’evento-principe di questo 2015, l’Esposizione Universale che sta animando Milano e l’intera Lombardia, esplorano il cibo come celebrazione ma allo stesso tempo come condivisione di momenti di allegria e festa – anche tra perfetti sconosciuti che stanno condividendo un solo, irripetibile momento di gioia e felicità – senza dimenticare che il cibo è anche storia, è tradizione, è humour, è arte. È lavoro, come ben simboleggiato dall’ultima immagine, anche questa proveniente ed ispirata da Expo 2015.

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