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Un mondo senza memoria e senza parole

Andiamo verso un mondo “senza memoria del passato, senza attenzione verso il futuro, in cui conta solo il presente,il real time”. Così si è espresso Salvatore Ippolito, Country Manager di Twitter Italia, intervenendo al 12esimo Annual Economia e Finanza de Il Sole 24 Ore. Un quadro, un identikit, quello tracciato dal numero uno dell’azienda americana nel nostro paese, che non si può certo considerare positivo. Un mondo senza memoria, e allo stesso tempo senza una visione del futuro, è un mondo in cui domina l’istinto del momento, l’irrazionale, la pulsione dettata dallo stomaco, o se vogliamo dall’inconscio più bestiale, violento. Come stiamo già vedendo in questi giorni, settimane, mesi.

Un quadro nero del nostro prossimo futuro (non è da dimenticare che Ippolito faceva riferimento ai 5-10 anni che verranno)? Può essere. I segni, purtroppo, ci sono, come possiamo constatare.

Un altro sintomo è il trend della comunicazione che, come lo stesso Ippolito ha riconosciuto in un altro passo del suo intervento, ormai “avviene via testo ma anche via audio, video, foto, il limite dei 140 caratteri è ormai superato dai fatti”. Una comunicazione non testuale, o dove le parole hanno un ruolo marginale, che avviene per lo più attraverso immagini – siano esse video o fotografie – quando non addirittura icone e segni grafici, è una comunicazione alquanto superficiale, in cui la trasmissione del pensiero è molto ridotta. Come si può pensare di avere un’edizione di Elogio della follia di Erasmo, o di Guerra e Pace di Leo Tolstoj, o ancora di Nulla di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, o della Bibbia, o di qualunque altro testo, sacro o profano, che fa parte della biblioteca ideale di qualunque essere umano pensante? Semplicemente impensabile.

Anche il dibattito, il confronto, tra idee e visioni diverse della stessa scena, come sarebbe possibile se a dominare la comunicazione sono segni grafici, immagini, fotografie? è. Di fatto, un ritorno all’età della pietra, all’epoca dell’uomo di Perigaux, nelle cui caverne è possible ‘leggere’ la storia degli abitanti di quelle caverne, ma è una storia ‘monca’, in cui manca del tutto l’aspetto psicologico ed affettivo, tutto ciò che non è materiale e non può essere descritto con i soli segni.

Una comunicazione grafica lascia libertà alla interpretazione: ma lo stesso segno viene visto, letto ed interpretato in modo diverso secondo le rispettive culture, esperienze, retroterra culturali e di vita: se già è difficile trovare due persone che interpretino lo stesso segno nello stesso modo pur abitando nello stesso paese, figuriamoci se allarghiamo lo sguardo al resto del planeta: cosa possiamo pretendere?

La comunicazione grafica è anche soggetta maggiormente, rispetto a quella testuale, alle mode, ai trend, alla ricerca di effetti particolari che poi vengono velocemente superati da altri, nuovi: torniamo al mondo senza memoria del pasaato e senza attenzione per il futuro di cui parlava Salvatore Ippolito nell’intervento di cui abbiamo accennato all’inizio.

Ecco quindi che la comunicazione via segno grafico – immagine, video, fotografia, emoticon, icona, emoji – in realtà è foriera di guai, di problemi nel rapporto tra paesi, popolazioni, cultura diverse. Solo la parola, scritta e pronunciata, può veramente dare adito a comunicazione (che significa anche manteenre memoria storica e relazionarla con il futuro): il resto è solo contorno.

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