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In carrozza, si parte!

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‘Giorgione’ Valsecchi e il biroccio del ‘700, come quello di Lucia ne I promessi sposi di Alessanro Manzoni

Non te l’aspetteresti mai di trovarla proprio qua, a mille metri di quota, al Pian del Tivano, vicino geograficamente alla pianura padana, a Milano, alle altre città piccole e grandi che ruotano intorno alla metropoli meneghina, allo stesso tempo lontano perché per arrivare quassù le strade non sono proprio agevoli: arrivando da Erba bisogna salire fino a Sormano, poi proseguire fino alla Colma, e quindi scendere al Piano del Tivano. Dal capoluogo provinciale, la strada è ancora più tortuosa: prima la Lariana, lungo il lago, con il suo scenario di una bellezza mozzafiato e le sue curve impietose e strette, poi un tornante dopo l’altro da Nesso a Zelbio e, infine, al Tivano. E qua, nascosta in un angolo fuori dalla strada che attraversa tutto il pianoro, c’è la Conca d’Oro, fattoria, allevamento di pecore, mucche, cavalli, agriturismo. Soprattutto, sede di una delle maggiori e più belle collezioni di carrozze d’epoca. E c’è lui, ‘Giorgione’ Valsecchi, 78 anni portati benissimo, una vita passata a collezionare carrozze e bighe, e a portarle da un set cinematografico ad un palcoscenico teatrale, in giro per l’Italia.

 

“Quarantacinque anni che lavoro con la Rai e la Scala di Milano”, conferma il nostro Giorgione. Le sue carrozze sono comparse praticamente in tutte le rappresentazioni della Bohéme, della Manon Lescaut, dell’Aida, nel teatro meneghino o anche all’Arena di Verona, l’altro grande ‘tempio’ della lirica in Italia. E poi tanti film, dalle produzioni Rai, come i Promessi sposi del 1978, a pellicole di grande successo planetario: “Questa è la biga del centurione romano in ‘Il Gladiatore’, il film con Russel Crowe”, ci dice.

IMG_5301Girare per questo magazzino pieno zeppo di bighe, carrozze, appoggiate l’una contro l’altra, è un’esperienza incredibile: l’odore dell’umidità di questa giornata di inizio inverno – fuori c’è uno sprazzo di neve caduto nei giorni precedenti – lascia il posto al profumo del cuoio, della pelle, del legno invecchiato. Ma quello che il naso sente è nulla rispetto a quello che vedono gli occhi: quarantaquattro tra carrozze e bighe, qualcuna moderna – le bighe, impossibile averne una originale, ovviamente – ma la gran parte veri pezzi d’epoca, del diciannovesimo secolo. E anche prima.

“Questo è un biroccio”, ci dice Giorgione indicando un carretto che riposa tranquillo al riparo del freddo e dell’umido. “È originale del ‘700, all’epoca non c’erano ancora le balestre, non erano ancora nate, il molleggio è su cinghioni in cuoio”. Un pezzo praticamente unico. “È come quello che nei Promessi sposi porta a casa Lucia quando l’Innominato la lascia libera, e va il sarto a prenderla per riportarla da sua madre”.

Come è nata questa passione per le carrozze?

“Non ho ereditato nulla”, dice Giorgione. Poi prosegue con il suo racconto. “Ho recuperato tutto attraverso il passaparola. Ho cominciato da uno, poi man mano erano le persone che mi suggerivano e mi davano le indicazioni, ‘guarda che in tal posto c’è questo e quest’altro’. Io andavo e portavo a casa”.

In realtà, tutto è cominciato da una grande passione per gli animali.

“Ho fatto la quinta elementare e ho tante cose che mi collegano agli animali. Il cervello prima di tutto, perché chi ha fatto la quinta elementare di cervello non ne ha troppo, per cui c’è una certa somiglianza con gli animali e ci vado d’accordo”. Più che con gli umani, dice. E racconta dell’arrabbiatura presa a Como, alla Città dei balocchi.

“Venivo tutti gli anni a Como per beneficenza, per la Città dei balocchi. Facevamo la sfilata lungo le vie cittadine, i cavalli avevano spazio per passare in mezzo alle due fila di gente, poi ogni tanto c’era anche una piazzetta per fermarsi e farli riposare. L’anno scorso mi hanno lasciato con i miei tre cavalli in mezzo alla piazza del Teatro Sociale, con migliaia di persone intorno che vociavano, gridavano, correvano, bambini che toccavano i cavalli, mamme e papà con i passeggini che arrivavano fino alle zampe dei cavalli e li toccavano dappertutto. Una cosa pazzesca, i cavalli soffrono terribilmente in mezzo ad una confusione del genere, mi hanno letteralmente abbandonato lì in mezzo, mi sono arrabbiato e ho detto ‘basta, non vengo più’”.

Passa oltre, il Giorgione, indica un’altra carrozza a suo modo storica. È quella di Portobello, lo spettacolo televisivo del grande Enzo Tortora. “Se lo ricorda? Entravo da Tortora che mi chiamava ‘Adesso arriva il Giorgione!’, con due cavalli che la trainavano”.

“Anche questa accanto era tirata da due cavalli, ma per la Manon Lescaut. Mi sono affezionato alla lirica, ho fatto almeno una ventina di volte la Bohéme, a Milano, a Verona”.

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La carrozza delle Regina Vittoria di Inghilterra

L’ultimo pezzo di cui ci racconta è una carrozza diversa da tutte le altre. Ha un particolare in più: il sedile del cocchiere è coperto da un cuscinotto, un’imbottitura spessa diversi centimetri. “È Vittoria, questa. Si chiama così perché era la carrozza della Regina Vittoria d’Inghilterra”. Il cuscinotto lo ha fatto mettere lei, perché le piaceva guidare le carrozze, e le sue regali terga non potevano certo poggiare su un ruvido asse in legno! “Poi un giorno è finita in un fossato”, racconta il nostro ospite. E da allora, basta condurre carrozze, per la Regina che ha creato l’impero britannico.

E adesso?

“Adesso ho mollato, basta film, ho settantotto anni, devo frenare, abbandonare no ma frenare sì, faccio solo Rai e Scala”, dice. Ma non resiste alla passione di mostrare ai visitatori la sua collezione. Soprattutto ai bimbi delle scuole, “sono tanti quelli che vengono quassù durante l’anno scolastico”. O anche ai bimbi un po’ cresciuti, come noi.

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