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Startup, oro o…ottone?

IMG_6443.JPGNon è tutt’oro quello che luccica, si usa dire. E nel caso delle startup italiane, i dubbi sulla qualità del metallo sono più che fondati.

Il mondo delle startup italiane, o almeno buona parte di esso, si è ritrovato lunedì 14 dicembre al Palazzo del ghiaccio di Milano, in occasione di Startup Italia Open Summit, l’evento promosso da Startup Italia. Un evento di grande successo, indubbiamente: tutti i circa 1400 posti disponibili sold out da una settimana, 140 i giornalisti accreditati – e qui faccio mia la domanda di Riccardo Luna: “Ma ci sono così tanti giornalisti che parlano di startup, innovazione, tecnologia?” – trasmissione in diretta dell’evento, o almeno dei momenti topici, su diverse stazíoni radio e tv. Tra questi, da annoverare sicuramente gli interventi di Marco Bicocchi Picchi, presidente di Startup Italia, del già citato Riccarxo Luna, guru del settore, nonchè di Paolo Barberis, consigliere di Matteo Renzi su questi temi. Fiorentino come il Presidente del consiglio, ovviamente.

A dire il vero, si è trattato soprattutto di un autoincensamento di Startup Italia, del mondo delle startup in genere, del ruolo di spinta e di motore che hanno nel preparare il futuro di questo Paese. Mancava solo aggiungessero ‘radioso’ e il quadro sarebbe stato completo.

L’impressione era davvero di essere alla Leopolda, con Matteo Renzi e soci sul palco impegnati a sbeffeggiare chi “vive di negatività. Il modo migliore di criticare è fare, non parlare. Fare meglio di chi riteniamo non faccia abbastanza”.

No, a parlare così non è stato il Presidente del Consiglio, non sono parole estratte dal suo intervento, ma Marco Bicocchi Picchi, anche lui presidente ma di Startup Italia. In ogni caso, esempio di come questo regime, a qualunque livello ed in qualunque settore, non apprezzi la critica, l’opposizione, anche solo il porre dubbi e fare domande, e sia uso sbeffeggiare chi non ci sta facendo ricorso al buon vecchio “noi facciamo”.

Già, fanno. Vediamo cosa e quanto fanno, nel mondo delle startup. Prendendo spunto dalle stesse parole di Riccardo Luna, nel suo intervento introduttivo all’appuntamento milanese. “Siamo 5044, secondo i dati del Ministero di questa mattina”, l’annuncio trionfale dal palcoscenico del Palazzo del Ghiaccio. Cinquemilaquarantaquattro. Tanto per dire, i Comuni italiani sono oltre ottomila. E già questo è un indice di quanto poco rilevanti siano queste startup. Di più, hanno una dimensione media di 4-5 persone, per cui la forza-lavoro complessivamente impiegata si aggira intono alle 20-25mila unità. A fronte di un paio di milioni tra disoccupati, cassintegrati, persone in mobilità, esodati e varie categorie di persone in cerca – disperata – di lavoro, possiamo facilmente renderci conto da quale parte la bilancia penda. Nel baseball, l’arbitro sospenderebbe la partita per ‘manifesta inferiorità’. Un quadro che si ripete anche negli altri paesi europei, a dir la verità, tanto che già nei mesi scorsi, prima dell’estate, qualche osservatore ha paventato il rischio di una ‘bolla startup’. Ma torniamo all’evento milanese.

Dicevamo del numero di startup in Italia – 5044 secondo i dati aggiornati del Ministero – e del loro peso ‘reale’ sull’economia italiana, alquanto basso. Eppure, dal palcoscenico del Palazzo del ghiaccio sono stati lanciati proclami trionfali che vanno ben oltre il livello di autoincensamento e autocelebrazione che sempre possiamo aspettarci in occasioni del genere. “Italia in crescita”, ci hanno detto. “A Torino, a Milano, ci sono i tre migliori incubatori e lab d’Europa”. E ancora, “Abbiamo centri d’eccellenza che vengono premiati in tutta Europa”. A proposito di Europa, ci raccontano come a Londra regni “un’atmosfera di grande aspettativa nei confronti del nostro Paese. Tutti ci aspettano, siamo una delle maggiori economie europee ancora oggi”, dice Bicocchi Picchi. E ci mancherebbe altro, che non fossimo una delle maggiori economie nel Vecchio Continente: non foss’altro per motivi di pura dimensione geografica. O vogliamo pensare che i nostri concorrenti, in materia di capacità economica, a questo punto siano paesi come Olanda e Belgio, se non addirittura, Bulgaria, Portogallo, o i tre Baltici? Tutti Paesi che, con tutto il rispetto parlando, combinati insieme non fanno l’Italia.

Il livello più elevato nell’azione di autoincensamento e autocelebrazione è stato toccato quando sul palco è salito Paolo Barberis, consigliere di Matteo Renzi per l’innovazione e le startup. Fiorentino anch’egli, ovviamente. Un discorso da campagna elettorale, il suo, pieno di promesse, di “faremo”, di “abbiamo in programma”, “stiamo lavorando” e simili. Peccato che il governo (non eletto dal popolo) di Matteo Renzi sia lì ormai da quasi due anni, dal 22 febbraio 2014. C’è da domandarsi cosa questo governo abbia fatto, in ventidue mesi, ma la risposta è facile: nulla. Tranne che occupare il Potere.

Eppure, sia i responsabili di Startup Italia – e questo era scontato – che i partecipanti all’evento hanno accolto con grande favore un discorso assolutamente vuoto, incentrato su “nei prossimi mesi”, del rappresentante di un governo che parla sempre al futuro, un futuro che non diventa mai presente.

Altra contraddizione che ho rilevato durante l’evento: due ore abbondanti di discorsi introduttivi, nella mattinata, nemmeno una parola per quello che è, a detta della gran parte degli analisti (almeno di quelli che non fanno parte del mondo startup) la parola chiave per il rilancio di questo Paese: made in Italy. Tutti dicono che è dall’attenzione a quelle che sono le grandi tradizioni produttive e culturali dell’Italia che devono passare il nostro rinnovamento e rilancio economico e sociale. Tutti, ma non a Startup Italia Open Summit. Qui, al contrario, è stato un susseguirsi di messagi del tipo “andare all’estero”, “guardate fuori dall’Italia”, fino ad arrivare al grande annuncio di Europe Valley, che vuole realizzare un magazine che parli all’Europa. Naturalmente, non in italiano, sia mai, ci si deve vergognare di questa nostra lingua. Rigorosamente in inglese, perché anche le altre lingue di questo Vecchio Continente sono ormai vecchie, e vanno accantonate. Anglomania ai massimi livelli. Dal punto di vista antropologico, un crimine.

IMG_6429.JPGOltre ai discorsi è stato anche un momento di festeggiamenti. Per le diverse startup presentate come capofila del rinnovamento e dell’innovazione – ma sinceramente sulla gran parte viene spontaneo domandarsi dove sia l’innovazione – e per quella che ha ricevuto il premio quale “Innovatore dell’anno”. Stiamo parlando di Yoox e del suo fondatore Federico Marchetti. Sarebbe interessante capire come si possa definire ‘startup’ un’azienda nata nel 1999 e ormai consolidata a livello europeo, non solo italiano. Anche se il 2015 ha visto la fusione con un’altra azienda, Net-a-porter, questo non fa di Yoox una startup. Ma tant’è.

Per concludere, i dubbi e le perplessità sul mondo delle startup rimangono, già forti prima dell’evento milanese, non sono diminuiti, anzi si sono rafforzati. Come detto all’inizio, non è tutt’oro quello che luccia, e nel Palazzo del ghiaccio di ottone ce n’era in abbondanza.

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