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Lavoro, proprietà, reddito di cittadinanza: cambia il rapporto Stato-Cittadino

lavoro.pngIl lavoro cambia faccia, si trasforma, acquista nuove modalità mentre quelle più vecchie, tradizionali, vengono messe da parte. Torna il baratto, in forme e modalità nuove – crowdsharing, condivisione – cambiano i processi ed i fenomeni sociali che stanno alla base della società – lavoro ma non solo anche la proprietà -, e con essi i fenomeni politici ed il rapporto tra Cittadini e Stato. Emergono nuove politiche sociali ed economiche da parte degli Stati, e tra questi la più preminente è quella del reddito di cittadinanza.

Quello del lavoro che cambia, con professioni e occupazioni che muoiono, si trasformano, nascono, è un processo che sta andando avanti da ormai diversi anni, e che non riguarda più soltanto i lavori prettamente manuali e più ripetitivi, ma anche lavori più ‘intelligenti’, o ‘smart’ come si dovrebbe dire oggi con il solito ricorso all’anglomania.

I segnali che il mondo del lavoro non è più lo stesso di quello che era anche solo venti anni fa – per non parlare di cinquanta, sessanta, settanta anni fa! – sono molti, anzi una moltitudine. Se una volta, pochi anni fa, a dirlo erano solo pensatori ed analisti isolati, sbeffeggiati dai più radicali e ideologizzati fautori dello sviluppo tecnologico a tutti i costi, oggi ad esprimersi con grande cautela nei confronti della tecnologia sono anche grandi e importanti istituti di studi economici e sociali, come per esempio Morgan Stanley.

Ora, secondo le previsioni di questi ricercatori, nel breve, brevissimo volgere di 10-20 anni molti lavori moriranno. Attenzione al verbo: moriranno, non ‘verranno sostituiti da altre forme di lavoro’. Semplicemente, quei lavori spariranno, non ci saranno più, senza che ci sia una alternativa forma di occupazione e lavoro, di procacciamento del reddito per sopravvivere. Se per caso a qualcuno non è chiaro cosa significa, vuol dire che se avete figli che stanno per iniziare la loro carriera scolastica, o l’hanno appena iniziata, insomma se avete bambini di età compresa tra 5 e 10 anni, sono già da oggi condannati ad essere disoccupati.

Disoccupati, sì, perché a fronte della crescita della popolazione – una crescita che peraltro sta avvenendo non perché nascano più bambini e le famiglie si allarghino, ma per via della fortissima immigrazione di questi ultimi anni – abbiamo una decrescita dei posti di lavoro disponibili. Sia in umero assoluto che in percentuale rispetto alla popolazione.

Tra le cause, la forte digitalizzazione, che ha portato un saldo negativo tra numero dei posti di lavoro disponibili e numero delle persone in età lavorativa, un’inflazione bassissima che non invita ad investire – perché dovrei, se i soldi che investo oggi domani mi verranno restituiti con un saldo begativo del loro valore? – causata dal continuo schiacciamento dei costi che la forte digitalizzazione comporta. La combinazione tra digitalizzazione, demografia, immigrazione di massa porta poi alla diminuzione dei salari: secondo alcuni studiosi, negli Stati Uniti oggi il reddito di un lavoratore dipendente è paragonabile a quello di venti anni fa, il che vuol dire che in questi due decenni non c’è stata vera creazione di ricchezza, al contrario la gente si è impoverita, mentre il livello della tassazione che i vari Governi impongono ai loro cittadini è in aumento quasi irrefrenabile.

Il primo – o comunque uno dei primi – a mettere in evidenza questi fenomeni è stato Jeremy Rifkin, che nel 2000 costruiva le sue previsioni per il mondo futuro. Un futuro che per noi è quasi oggi, visto che l’economista e futurologo americano poneva il calendario per le sue previsioni al 2020-2025.

Secondo Rifkin, la società umana, entro i prossimi cinque, dieci anni al massimo – ma ricordiamoci che lui parlava nel 2000 – sarà caratterizzata da una serie di fenomeni, tra i quali il primo è la fine della proprietà privata. Al suo posto, si imporranno nuovi modelli cooperativi, quelli che noi oggi chiamiamo sharing economy o economica della condivisione. Un cambiamento, quello ipotizzato da Rifkin, che prevede la modifica del paradigma tradizionale del modello di produzione, che dal capitalismo industriale si trasforma in capitalismo della cultura.

Per la verità, già Maynard Keynes, tra gli altri, aveva trattato il tema, a proposito della ‘fine del lavoro, affermando come “quando le macchine arrivano ad un livello adeguato l’uomo può sedersi a guardarle”. Nella mente dell’economista inglese, il fenomeno aveva un forte carattere positivo, la libertà della schiavitù dal lavoro pesante, nella realtà stiamo assistendo al fenomeno della libertà dal lavoro tout court, che non è proprio positivo, visto che vengono a mancare i presupposti per la formazione di un reddito.

Per quanto riguarda l’economia della condivisione, la sharing economy, è palese come questa stia prendendo piede. Solo nel nostro paese, le piattaforme costruite in base ai principi della sharing economy sono arrivate al numero di 187, ovvero sono cresciute del 35% in dodici mesi appena. Le modalità di questo sviluppo non sono, però quelle teorizzate da Rifkin. Nei suoi scritti, infatti, lo studioso americano indicava i settori ad alta obsolescenza e bassa regolamentazione quelli favoriti per lo sviluppo e l’affermazione della condivisione. Settori come l’entertainment, la personal technology e l’automotive, ritenuti più idonei: perché investire nell’acquisto di beni che invecchiano velocemente – il tempo di vita di un pc o laptop o telefonino è di pochi mesi, poi diventa obsoleto – o che costano molto rispetto alla loro effettiva durata al top della tecnologia – è il caso delle automobili – quando posso usarli a necessità secondo lo schema della sharing economy, della condivisione? Viceversa, tra i settori a bassa obsolescenza ma ad alta regolazione ci sono le banche e la finanza in genere, compreso soprattutto il microcredito, l’ospitalità ed il trasporto pubblico. Settori in cui Rifkin non vedeva l’insorgere di una economia della condivisione. Invece, è proprio qui che il fenomeno si è manifestato con maggior forza e penetrazione. A vivere nella sharing economy sono prodotti o servizi che richiedono poca differenziazione, poco capitale e una tecnologia semplice. Al contempo, hanno alta regolamentazione da parte dello Stato o delle sue emanazioni locali. Sono settori in cui dominano schemi locali (comuni/province) e offrono la possibilità di arbitraggi regolatori.

L’esempio è il settore del credito, in cui il deleveraging ha impattato in maniera specifica le pmi per problemi storici (basso patrimonio, scarsa qualità informativa) e congiunturali. Il crowdfunding va a riempire lo spazio vuoto sotto la linea di intervento degli istituti bancari e finanziari ufficiali che preferiscono agire con le grandi aziende, più facili da analizzare e verificare. Altri modi di finanziamento dei piccoli sono il credito commerciale e tributario e la finanza a km0. Sì, esiste anche questa, tra le varie forme di attività a chilometro zero, cosiddette local per contrapporle a global. Sono tutte aree grigie caratterizzate da fenomeni che partono dal basso. È indicativo che il crowdfunding si è sviluppato in maniera principale in Francia, prima, in Italia, poi: paesi entrambi caratterizzati da forte regolamentazione in tutti i settori, compreso – anzi, soprattutto – quelli della finanza e bancario.

Fine del lavoro, fine della proprietà privata: c’è da domandarsi come faranno, i cittadini, a procacciarsi i mezzi per vivere. La crowdsharing economy, l’economia della condivisione, può essere un’idea, un’ipotesi, e anche una realtà, fin tanto che le persone hanno effettivamente qualcosa da offrire come scambio: ma se la proprietà privata finisce, ed il lavoro pure, alla lunga anche ciò che cittadini e famiglie possono avere da mettere sul piatto della condivisione finisce! È a questo punto che l’attenzione del dibattito si sposta su proposte quali il reddito di cittadinanza, presentato da diverse parti politiche in numerosi paesi. Italia compresa.

Una proposta, quella del reddito di cittadinanza, che in realtà viene da (relativamente) lontano: già i francesi ne avevano discusso, una decina di anni fa e più, senza però arrivare a nessuna azione concreta. Oggi, l’Italia è in prima fila nell’esaminare la sua fattibilità. Una specie di laboratorio per il resto del mondo, potremmo dire. E gli italiani cavie per capire se e come può funzionare.

L’adozione di un sistema come quello del reddito di cittadinanza comporta grossi cambiamenti in tutti i rapporti sociali e politici. Se il reddito di una persona, di una famiglia, dipende dallo Stato, è chiaro che la sua indipendenza, la sua libertà, è fortemente compromessa. Si torna al vassallaggio, se non addirittura alla schiavitù, quando la percentuale di reddito che dipende dallo Stato è preponderante e tale da non lasciare scelta alla persona.

C’è da domandarsi se non sia questa la strada verso cui sta andando l’Italia.

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