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La Città che non dorme mai

traffic jam at juulchin 2All’inizio, è il rumore. Continuo, incessante, fatto di tanti suoni che si mescolano e si fondono secondo ricette mai uguali, in una cacofonia solo apparentemente disordinata. Al primo impatto, l’orecchio non distingue le tante – quante: dieci, cento, mille? – voci. Sente solo rumori. Poi, con il passare dei giorni, ogni suono prende vita, acquista forma, tempo, ritmo. I rumori si trasformano in voci e, come in una orchestra di tanti elementi, suonano ognuno la propria parte, dando vita ad un ensemble meraviglioso e armonico. È la musica di Ulaanbaatar, che ti accompagna e ti conquista.

I clacson delle auto. Ai Mongoli piace moltissimo suonarli. Abituati ai lunghi, profondi silenzi del loro immenso paese – grande 5 volte l’Italia, ma con soli 3 milioni di abitanti – cercano di riempire questo vuoto di suoni. Il fischiare continuo dei poliziotti addetti al traffico. In mezzo agli incroci, come una volta anche in Italia – ricordate i film di Alberto Sordi? – con lo stridio acuto e ritmato del fischietto e un bastone colorato nella mano dirigono il flusso di veicoli. Come direttori d’orchestra, danno voce ora a questo ora a quell’elemento del coro, alzano e abbassano il ritmo della musica, battono il tempo, fondendo mille voci in una sola. Mongolia 016Il richiamo delle decine di autisti dei minivan privati che fanno servizio di trasporto pubblico tra il centro della capitale e la periferia: tutti insieme, sporgendosi dal finestrino del loro Nissan Vanette, lanciano in tutte le direzioni i nomi dei quartieri e dei villaggi dove stanno andando. Onde sonore del tutto incomprensibili per lo straniero: il mongolo è lingua arcaica, ricca di suoni gutturali e aspirati. “Due gatti che tossiscono e si sputano addosso finchè uno dei due vomita”, è la definizione di questa lingua data da Timothy Severin, viaggiatore-esploratore anglo-indiano. Impossibile, per un non-mongolo, orizzontarsi in questo oceano di voci, che si mischiano con il rombo dei motori e dei clacson, e trovare il minivan giusto. Affascinante fermarsi ad osservare questo insieme caotico ma regolare, dove ognuno sembra avere un ruolo e una posizione. Non esiste un orario, non esiste un’indicazione di percorso: solo le voci degli autisti. Ammassati l’uno contro l’altro, lamiera contro penumatico, in un ingorgo apparentemente inestricabile, ogni movimento sembra impossibile. “Eppur si muove”, direbbe Galileo. Ed è vero, anche l’ultimo dei minivan, il più lontano dalla strada, pazientemente, metro dopo metro, un colpo di clacson qua, un altro là, si fa largo nella massa e l’impossibile diventa realtà: si immette sulla via e, velocemente, corre verso la sua destinazione finale con il suo carico di passeggeri.

Non esiste un vero e proprio Codice della Strada, in Mongolia. I Mongoli guidano le automobili come una volta – in un tempo che non era ieri, ma solo stamattina – conducevano i cavalli. Dove c’è spazio per una macchina, ne mettono due. Dove ce ne possono stare due, eccone, tre. E poi quattro, cinque…Passano a destra, a sinistra, occupando ogni spazio, ogni metro quadro. E se la strada non c’è, la creano: passano per i campi, proprio come avrebbero fatto i loro progenitori, i cavalieri delle orde mongole che terrorizzarono Europa e Asia insieme. Una volta percorrevano i sentieri e le piste delle grandi pianure eurasiatiche su un cavallo; oggi sollevano la polvere dell’asfalto (poco, in realtà) e dello sterrato di Ulaanbaatar a bordo di macchine mosse da motori che, di cavalli, ne contano anche più di un centinaio alla volta.

Ogni incrocio, un ammasso di motori e lamiere. Un urlare di clacson. Un fischiare di poliziotti. Eppure, gli incidenti sono rari. E ancora più rari i momenti di tensione tra autisti. I Mongoli sono aggressivi, ma mai violenti. È un’aggressività sana, la loro. Nasce da tensioni psicologiche arcaiche, dalla grande competitività che caratterizzava la loro vita fino a un paio di generazioni fa. La vita è sempre stata dura, per i Mongoli. È una popolazione molto giovane: il 40% ha meno di 18 anni. Giovane per tradizione e per necessità, perché il clima e le condizioni di vita non hanno mai consentito defaillance anche solo momentanee: il gelo dell’inverno non perdonava i deboli e i malati.

Attraversare la strada è come una partita a scacchi. Tra te, pedone, e le auto, i pullman, i pick up, i furgoni, i camion, che sfrecciano davanti, dietro. Ti circondano, ti sfiorano, ti fanno sentire l’alito caldo dei loro motori sulla schiena e sulla faccia. Ma non ti toccano. Non ti senti mai realmente in pericolo. Pur nel mezzo di un vorticoso flusso di veicoli, ti senti più al sicuro che sulle strisce pedonali di una qualsiasi città italiana. Una mossa dietro l’altra, attraversi anche le strade maggiori: Peace Avenue, Ikh Toiruu e Baga Toiruu (il Grande ed il Piccolo Anello), le tre strade che costituiscono l’asse portante di questa città. Quattro corsie piene di macchine, vecchie Nissan o Datsun talmente malmesse da essere del tutto irriconoscibili, o SUV nuovi di zecca, appena importati dal Giappone, dalla Corea, dall’India, dagli USA.

car marketIn Italia, per acquistare un Hummer H2 6.2 V8 SUV Adventure – una specie di carrarmato con i penumatici al posto dei cingoli – servono più di settantamila euro. Sul piazzale dei Grandi Magazzini di Stato di Ulaanbaatar viene venduto a quarantamila. Si vendono anche altri SUV e macchine di lusso: Mercedes, Nissan, Honda, Mitsubishi, BMW, Audi, Chrysler, Cadillac. “Tutte macchine di seconda mano”, ti rispondono quando chiedi come facciano ad avere prezzi molto più bassi della media europea. Meglio non sottilizzare troppo sul reale significato di “seconda mano”.

Quarantamila euro, per l’abitante medio di Ulaanbaatar, significano duecento mesi di stipendio. Almeno. Più di quindici anni di lavoro. Ma in Mongolia c’è una classe di nuovi ricchi che dispone di un reddito elevato. Elevatissimo. E non sa dove e come spendere questi soldi. E allora li spende in automobili. Grosse. Potenti. Comode. Veri e propri salotti ambulanti. Macchine che non passano inosservate. Retaggio anche questo della desolazione del paesaggio della steppa e del Gobi, vuoto non solo di suoni ma anche di colori. E per farsi vedere, cosa c’è di meglio di un enorme ammasso di lamiere luccicanti sotto il suole infuocato dell’estate, in grado di percorrere le steppe e le piane del paese senza bisogno di strade, piste e neppure sentieri, sollevando nugoli di polvere al pari di una delle tante tempeste di sabbia che colpiscono il Paese?

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This entry was posted on February 16, 2016 by in notizie, viaggiare and tagged , , , , , , .
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