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Un pezzo di Medioevo in mezzo alle risaie

IMG_8599Il pesante portone in legno massiccio – quanti anni avrà, certamente non pochi, duecento, trecento, è antico non vecchio – si apre lento, bisogna spingere forte per farlo girare sui cardini. Lo stretto pertugio ti lascia passare. Nella penombra della chiesa, ad accoglierti è il suono soave di canti gregoriani, voci di frati e monaci che intonano lodi a Dio. Richiudi la porta alle tue spalle, e anche quella piccola lama di luce che tagliava la penombra finisce di esistere. Vicino alla porta, il pulsante per accendere l’illuminazione. No, perché farlo? Perché guastare l’atmosfera di un luogo nato senza corrente elettrica, dove ogni cosa, ogni decorazione o elemento artistico e architettonico, ogni simbolo di devozione a Dio, ogni angolo, ogni dettaglio, è stato studiato, progettato, realizzato in un mondo che viveva della sola luce naturale, che fosse quella del Sole o della Luna, o quella del fuoco. Vanno gustati così, questi luoghi, nella loro penombra. Fuori la giornata non è certo molto luminosa, è febbraio, ancora la Natura non ha deciso, se continuare con l’inverno o voltare decisamente verso marzo e la primavera. È una luminosità che cambia continuamente, e anche all’interno si notano questi cambiamenti, con le grandi vetrate colorate lassù in alto che lanciano i loro colori sulle colonne e sulle pareti della chiesa. Mentre le voci dei monaci continuano a intonare i loro Alleluja. Sembra veramente di essere tornati indietro nel tempo, a secoli fa, a quando i monaci benedettini vivevano in questa abbazia, ne lavoravano la terra, la nutrivano per ricevere nutrimento.

IMG_8585brÈ nata sette secoli fa, l’Abbazia dei Santi Nazzaro e Celsio, a San Nazzaro Sesia. Un punto ideale, un guado, l’unico nel raggio di diverse decine di chilometri. Oggi noi, con le nostre automobili di lamiera e motori rombanti, attraversiamo queste zone, questi luoghi, veloci e quasi senza guardare quello che ci scorre incontro, l’autostrada Milano-Torino passa a pochi chilometri da questo paesino di settecento cristiani e dalla sua abbazia, ma sembra di essere in un altro mondo. In un altro tempo. Sette secoli fa, l’area doveva brulicare di carri e mercanti, di contadini e soldati. L’unico guado, l’unico passaggio per tutta questa gente. Si viaggiava anche allora, eccome. Certo, ci volevano ore per compiere tragitti brevi, lungo percorsi sterrati, strade lastricate di pietre irregolari spesso mal tenute – beh, questa forse è una cosa comune con il giorno d’oggi! – a bordo di carretti scomodi tirati da mucche o buoi, o asini, o se eri ricco cavalli. O in sella ad un cavallo, ma questo era ancora più scomodo, forse, mentre noi possiamo prendere un treno e seduti comodamente spostarci in poche ore da un capo all’altro dell’Europa, o addirittura del mondo a bordo di un aereo che spazza il cielo. Sette secoli fa, no, non era così, dovevano sopportare il freddo, la pioggia, la neve, la nebbia, le strade di sabbia, sassi, pietre, i carri che sussultavano ad ogni irregolarità, che era poi la regola, fino ad arrivare in luoghi come l’Abbazia di San Nazzaro Sesia, luogo di rifugio e di riposo. C’è ancora, il nartece. Era qui che pellegrini e viandanti, mercanti e viaggiatori, trovavano rifugio, all’interno delle doppie mura e al di là del fossato che proteggevano il luogo sacro ed i suoi abitanti. Il nartece serviva da anticamera per la chiesa. O da spazio per la decontaminazione. Qui, tutti dovevano spogliarsi della loro parte terrena: spiritualmente – i peccati – e fisicamente – le armi. Poi, potevano essere ammessi al cospetto del Signore.

IMG_8592Ancora oggi, camminare sui mattoni del selciato del nartece, sotto i suoi portici, guardare il mondo attraverso le sue finestre in mattone rosso, tipico della pianura padana, con colonnine centrali in sasso e vedere al di là il filare delle mura interne di protezione, con i loro merli, e il camminamento, racconta molto più delle pagine di un libro delle paure e dei timori, delle difficoltà e dei pericoli, del mondo di allora. Luoghi come questo davano sicurezza, qui si poteva trovare pace. E naturalmente qualcosa da mangiare, frutto del lavoro incessante dei monaci benedettini. Ora et labora, la regola dettata al momento della fondazione dell’ordine da San Benedetto.

La vita del santo è rievocata sulle pareti all’interno del chiostro da una serie di affreschi bellissimi, recentemente restaurati con un lavoro che è durato anni. Non tutti sono stati recuperati, in alcuni casi i danni del tempo sono stati troppo forti: non è un male, tutto sommato, conferisce quell’aura di tempo che fu, quel sentimento di tempo che passa, che altrimenti sarebbe stato perso. Qui, invece, all’interno di questo chiostro, davanti alle immagini che qualcuno – probabilmente due diversi artisti, dicono gli esperti – sette secoli fa ha catturato e messo sulle pareti, si avverte in pieno lo scorrere della vita, con tutti i suoi guai, dolori e disastri, ma anche con tutta la sua bellezza. Che nonostante tutto, resiste e rimane, è ancora lì, davanti ai nostri occhi.

In realtà, è ormai un millennio che il luogo è sacro. La fondazione dell’abbazia viene infatti datata tra il 1040 ed il 1053, secondo la fonte. La prima chiesa, quindi, doveva essere in stile romanico. Quella che vediamo oggi, però, è il frutto di una grande serie di rifacimenti, anche stravolgimenti, dovuti in particolare ad Antonio Barbavara, abate dell’Abbazia tra il 1426 ed il 1466. L’ultimo a risiedere nella stessa. Dopo di lui, infatti, vi sono stati una serie di abati commendatarii, ovvero risiedenti altrove.

È a lui, Antonio Barbavara, che si deve la rinascita dell’abbazia e dell’intera zona, dopo decenni – se non secoli – di declino. Le cinta murarie ed il fossato di cui parlavamo prima, in effetti, risalgono a questi ‘tempi bui’, al tredicesimo secolo, ed avevano la specifica funzione di proteggere gli abitanti della zona – che in caso di incursioni dei tanti nemici trovavano rifugio entro le mura – ed i tanti viaggiatori e mercanti, con le loro merci, che raggiungevano la zona per guadare il Sesia.

Oggi, proteggono pellegrini e visitatori, appassionati di storia dell’arte e di architettura, dal tramestìo dell’era moderna: una visita al chiostro e alla chiesa è una vera e propria pausa rigenerante, tra voci di monaci che intonano canti gregoriani, affreschi della storia di San Benedetto e sguardi su ambienti e motivi architettonici che fanno rivivere la vita di secoli fa. È il fascino di un pezzo di Medioevo posto in mezzo alle risaie.

Altro da vedere a San Nazzaro Sesia

Per quanto piccolo, San Nazzaro Sesia offre molto al visitatore, oltre a quel gioiello di storia, architettura e spirito monastico che è l’Abbazia.

L’intero borgo costituisce un interessante scorcio di architettura e urbanistica tipica della piana lombarda. La piazza è stata rifatta pochi anni fa. I lavori hanno riportato alla vista parte dell’acciottolato originario, mentre il tema della pavimentazione oggi è affidato a grandi lastroni di granito che segnano i percorsi. Da notare che la piazza, una volta, era costruita in un modo del tutto particolare, con un’inclinazione che permetteva, in caso di nevicata, di far scorrere l’acqua da una vicina roggia, aprendo una chiusa, lungo tutto il percorso fino alla piazza e poi oltre la stessa: un modo ingegnoso e semplice, ed anche efficace, di pulire la piazza dalla neve, velocemente.

Prendendo la via che dalla piazza porta all’Abbazia si incontra subito l’Ufficio del turismo, ricco di preziose informazioni sull’abitato, la sua storia – notevoli le immagini dei lavori nelle risaie – nonché punto di partenza per la visita al Museo di Piero Baudo e alla Ghiacciaia.

Museo Baudo

IMG_8644.JPGPiero Baudo era un artista locale, un vero e proprio ‘genio’ della scultura su legno. Da pezzi di legni, tronchi e radici che recuperava in giro per i campi e i boschi della zona, Baudo ricavava immagini deliziose e fantastiche: animali, veri o del tutto frutto di fantasia; rievocazioni storiche – come le bellissime sculture lignee delle vicende di Ulisse; e soprattutto la meravigliosa Quarto potere, interpretazione del famoso quadro di Pellizza da Volpedo.

 

 

Ghiacciaia

IMG_8650.JPGTerra di malaria, San Nazzaro Sesia. Che veniva combattuta con il ghiaccio. E per fornire ghiaccio anche ai poveri, che non potevano permettersi una ghiacciaia tutta loro, ecco che la comunità ne aveva predisposta una comune. Rotonda, come sempre, e con doppia intercapedine muraria per consentire un’adeguata ventilazione e raffreddamento. Dalle mura spesse, per proteggere dal caldo ossessivo estivo. È stata in uso fino a pochi decenni fa. Oggi è allo stesso tempo museo per visite e racconti sulla storia del paese, e sede di incontri e convegni.

 

Per una galleria di immagini dell’Abbazia, del Mudeo Baudo e della Ghiacciai, segui questo link. 

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