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La “Città di feltro”

gate to the new city 2.jpgCittà di feltro”, dalla sterminata distesa di migliaia e migliaia di ger – la tradizionale tenda dei nomadi mongoli, fatta, appunto di feltro –, o Ikh Khuree (Il grande campo): così si chiamava Ulaanbaatar, fino ai primi decenni del secolo scorso. Una città che, in realtà, non esisteva. Una non-città. Lo stesso concetto di città era fondamentalmente estraneo alla cultura di un popolo che viveva nelle ger e si spostava di continuo, seguendo ritmi antichi dettati dall’alternarsi delle stagioni e dalle necessità degli animali. L’avvento del regime comunista, all’inizio degli Anni Venti del Novecento, ha cambiato tutto. I nuovi padroni le hanno dato un nuovo nome – Ulaanbaatar, appunto, o Eroe Rosso – e un nuovo volto, più urbano. Un compromesso tra l’anima nomade di un popolo abituato a muoversi liberamente per gli ampi spazi delle steppe dell’Asia Centrale e della Siberia e un regime – quello comunista – che necessitava di aree urbane e operai per imporre il proprio dominio.

Oggi, a venticinque anni dalla rivoluzione che ha segnato la fine del comunismo nel Paese e l’inizio di un periodo di transizione verso la democrazia molto lungo e, spesso, doloroso, UB (come la chiamano i tanti stranieri che popolano la città e anche molti mongoli) sta vivendo l’ennesima trasformazione. La città vuole proporsi come centro finanziario e congressuale per l’Asia Centrale e del Pacifico, e per raggiungere questo obiettivo ha avviato un progetto – Ulaanbaatar City Development Master Plan – che ha fatto piazza pulita dei piani precedenti, non più adatti alle esigenze odierne, e prevede il completo rifacimento del suo assetto urbanistico e della sua architettura entro il 2020. Nell’estate del 2008 è stato anche approvato il progetto di un nuovo aeroporto, fondamentale per soddisfare il crescente flusso turistico e attirare le grandi istituzioni internazionali.

Mongolia 023.jpgIl centro della capitale mongola si è arricchito di grattacieli, realizzati secondo i più moderni criteri edilizi. Molti altri stanno sorgendo o sono in progettazione. Edifici caratterizzati da linee eleganti, leggere, che si innalzano verso il cielo sempre blu della Mongolia, e in esso si riflettono fino a fondervisi e diventare tutt’uno. Molti di questi progetti portano la firma dei grandi studi di architettura di Shangai, Seoul, Tokio o scandinavi (i finlandesi Evata) e vengono finanziati da consorzi internazionali. Sovente, nell’elenco degli ingegneri ed architetti che lavorano a questi progetti, si incontrano nomi italiani, che in Cina, Giappone e Corea trovano quella libertà di espressione artistica che in patria gli è negata.

Mongolia 001bCamminare per le vie e le piazze di Ulaanbaatar significa passare da un cantiere all’altro. Non sempre in modo agevole. Le norme di sicurezza non sono certo quelle occidentali. All’interno e all’esterno dei cantieri. La divisione tra operai e pedoni è, non di rado, inesistente: si slalomeggia tra un tubo e uno scavo, a centimetri da un operaio che sta tranquillamente usando la fiamma ossidrica o il martello pneumatico mentre gli passi accanto.

Non solo uffici e centri finanziari. La città ha voltato pagina anche per quanto riguarda l’edilizia residenziale. Al posto del modello di stampo sovietico, nuovi palazzi, dalle linee e dalle caratteristiche moderne, più confortevoli e vivibili. Il lato negativo di questo cambiamento è il sacrificio di spazi comuni come il cortile interno, punto di aggregazione per le numerose famiglie alloggiate in questi grandi palazzi. La nuova Ulaanbaatar vuole dimenticare ogni forma di collettivismo, non importa a cosa fosse destinata.

new residentail buildings 2Nelle zone esterne della città, verso le montagne che circondano Ulaanbaatar, sono sorti anche i primi gruppi di villette a schiera, veri e propri villaggi chiusi all’interno di mura protettive. I primi segni della differenziazione dei quartieri secondo una base sociale, assente nei decenni del regime comunista, che si prevede aumenterà nei prossimi decenni. Centri commerciali come i Grandi Magazzini di Stato (il preferito dai turisti, anche per la posizione), sulla Peace Avenue, o il nuovissimo Sky Store, nella zona nord-est della città, non hanno molto da invidiare ai loro omologhi di Londra, Parigi, Berlino, New York. Grandi spazi, musica, luci, cristalli e specchi: e tutte le grandi firme della moda italiana e francese. Rigorosamente false, naturalmente. La Cina è vicina.

Molti turisti, in questi centri commerciali, alla ricerca del souvenir e del prodotto locale. La maggior parte della clientela, però, è locale, ovviamente. Giovani e giovanissimi. Soprattutto ragazze. Bellissime e sensuali. Alla moda. E con il portafoglio pieno. Entrano in questi negozi, e ne escono trionfanti con pacchi e pacchetti, nella miglior interpretazione della sindrome da shopping.

Solo gli stranieri usano la carta di credito. I Mongoli pagano sempre in contanti. Non solo quando fanno shopping. Anche le transazioni economiche più impegnative, il lavoro dell’artigiano, la fornitura per un’azienda cliente, si svolgono in contanti. Le vie di Ulaanbaatar, sono caratterizzate dal grande numero di banche. Piccole, piccolissime, a volte poco più di un pianerottolo, con un solo addetto. Aperte 24 ore. Perché in un mondo dove tutto si fa soldi alla mano, è necessario poter disporre sempre delle banconote che servono, quando servono. Il credito esiste, ma è un’importazione recente. Per ora, è diffuso principalmente nel mercato immobiliare, ed è quindi limitato a quella piccola fascia di popolazione che dispone della ricchezza necessaria per comprare appartamenti da duecentocinquantamila dollari.

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