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Il silenzio parlato dagli oggetti

IMG_9842Il silenzio parlato dagli oggetti. Forse non c’è miglior definizione, per il Museo contadino della Bassa pavese di Santa Cristina e Bissone, del titolo del libro che Elettra Irene Borchi ha definito a questa piccola realtà della rete museale del territorio del nostro Paese. Ed invero, girare per i diversi ambienti – la casa, i campi, la stalla, la scuola, la vita sociale e via dicendo – in cui il Museo ha suddiviso le centinaia e centinaia e forse anche migliaia, di reperti grandi, piccoli, minuscoli che compongono il suo patrimonio, è come ascoltare storie di vita di generazioni e generazioni che si sono succedute in questo territorio, a pochi passi dal Po. Storie raccontate in silenzio, ma che pure si possono sentire forti e chiare. Storie che ci dicono di lavoro, di vita dura, di sacrifici.

(Galleria delle immagini del Museo contadino della Bassa pavese)

IMG_9711Ad accoglierci, al Museo contadino della Bassa pavese, è una porta. In legno, vecchia. È lei, ormai non più in grado di reggersi da sola ma sostenuta da una intelaiatura di ferro, a farci idealmente entrare in questo mondo che non è poi tanto lontano dal nostro almeno fisicamente. Attraverso di lei, entriamo nei diversi ambienti che raccontano le storie di questo paese, delle sue cascine, dei suoi campi. Della sue genti.

Le piccole cucine di una volta, su cui le nostre nonne facevano veri e propri equilibrismi con pentoloni e padelle. Cucine che spesso servivano anche come fonte di calore durante inverni rigidi, con temperature che i giovani di oggi nemmeno possono immaginare – e tanto meno sopportare! – ma che all’inizio del secolo scorso erano praticamente la regola. E all’epoca non c’erano caldaie, ma solo camini e – appunto – cucine e fornelli. Tutto a legna, tra l’altro, legna che doveva essere procurata nei boschi dei dintorni, con grande dispendio di tempo ed energia.

Una legna che serviva anche per realizzare strumenti di lavoro e di vita quotidiana. Dall’aratro per il contadino alla ruota per il carro dell’arrotino, allo sgabello per il mungitore, erano tanti gli oggetti fatti in legno, magari anche solo parzialmente. Il legno era, in effetti, il materiale principe nelle cascine e nelle case del passato. Oggi sta lentamente tornando di moda, ma se per noi abitanti delle città metropolitane è – appunto – una moda dettata dalla ricerca di un comportamento più rispettoso dell’ambiente – sarà poi vero? – per i nostri nonni e bisnonni il legno era un componente assolutamente normale di tutti i giorni.

Accanto al falegname, il fabbro. I due lavoravano spesso assieme – un aratro senza legno o senza ferro non esisterebbe, per esempio, così come la maggior parte degli attrezzi di lavoro nei campi – e tante volte era la stessa persona a ricoprire entrambi i ruoli. Bene hanno fatto, dunque, i responsabili del Museo contadino della Bassa pavese, a collocarli nella stessa ‘stanza’, nello stesso ambiente. Perché le storie che raccontano sono spesso le stesse.

Dici cascina, corte, e dici stalla. E dove c’è una stalla, ci sono mucche. E cereali. Base dell’alimentazione degli esseri umani, ma anche degli animali che venivano allevati. E le mucche erano quelli più importanti: fonte di latte, di lavoro, e poi di carne e cuoio. Nulla veniva sprecato, di una mucca. Anche gli zoccoli e le corna tornavano utili: queste ultime, per esempio, potevano essere trasformate in strumenti musicali, ma anche in contenitori in cui il contadino teneva l’acqua necessaria per pulire e tenere bagnata la lama della falce durante la stagione della mietitura, e tante altre cose ancora. Ce ne son diversi, di corni di mucca, in mostra: dietro a loro, oggetti apparentemente insignificanti, le storie di fatica del contadino e dell’allevatore, le storie di chi si alzava prima del sole per mungere le vacche – a proposito, meravigliosa la parte a lui dedicata, assolutamente da leggere! -, le storie di sacrifici a volte pesanti. Non dimentichiamo, che in epoche di difficoltà, quando il cibo scarseggiava e la fame colpiva duro, era il vitello ad essere sacrificato per assicurare la continuazione della famiglia, della corte, del villaggio. E le sue corna entravano a far parte degli strumenti di lavoro.

IMG_9734Le mucche davano il latte, e da qui il formaggio. Uno su tutti: il grana padano. Il Museo mostra le fasi di lavorazione di questo vero e proprio gioielli della enogastronomia italiana. C’è anche un promemoria della Normativa contrattuale del mungitore: oggi suona cosi’ antidiluviano, all’epoca – e non si parla di ere geologiche fa, ma della fine degli anni Cinquanta – prassi quotidiana.

Lavoro duro anche quello di chi andava nei campi di riso. Oro della bassa lombarda, che tanto lavoro e ricchezza ha portato nei nostri paesi, ma che ha sempre voluto, in cambio, il sacrificio di tante donne, giovani e meno giovani, che nell’acqua delle risaie si immergevano fino al ginocchio per ore e ore. Erano le mondine, celebrate da tante canzoni e tanti libri. Anche il Museo di Santa Cristina ha dedicato loro una stanza, un ambiente: e non poteva essere altrimenti, vista l’importanza che questo cereale ha avuto e tuttora ha nella vita quotidiana di questi paesi.

E poi, ancora, la caccia, la pesca, i vestiti, da lavoro e della festa. E i documenti, quelli pubblici – patenti di guida, licenze commerciali, atti notarili – e quelli privati. Le teche del Museo ne contengono a decine: singolarmente magari non dicono nulla, insieme raccontano il susseguirsi di vicende storiche che partono ancora prima della proclamazione del Regno d’Italia.

Il Museo contadino della Bassa pavese, insomma, rappresenta una meta immancabile per chi vuole conoscere come vivevano i suoi genitori, i suoi nonni, e ne vuole sentire le storie. Raccontate, in silenzio, dagli stessi oggetti.

(Galleria delle immagini del Museo contadino della Bassa pavese)

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