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1+20, al via il nuovo Milano Film Festival

2461_img_1469442231Rinnovarsi, per mantenersi fedeli alla propria storia, alla propria immagine, alla propria missione. È quanto ha fatto il Milano Film Festival (8-18 settembre), che giunto alla ventunesima edizione – anzi 1+20 come amano dire i promotori e organizzatori della rassegna cinematografica meneghina – cambia luoghi, cambia (parzialmente) la direzione artistica, ma mantiene intatta la sua tradizionale attenzione “verso un’idea di cinema inattesa e brillante, dinamica come la città che ci ospita”, come viene giustamente sottolineato nelle righe di presentazione della kermesse milanese, che giunge immediatamente dopo quella del Leone d’oro veneziano. Al contrario di quanto succede in laguna, però, l’attenzione nella città della Madonnina punta verso artisti emergenti sul palcoscenico internazionale. Artisti che non hanno paura di affrontare temi scottanti, e di farlo anche in modi del tutto nuovo, che rompono schemi consolidati.

È il caso, per esempio, del film Estate, del bolzanino – ma ormai italo-francese – Ronny Trocker, che nei sette minuti del suo corto affronta il tema dei migranti in un modo del tutto inatteso. Sicuramente da vedere e da discutere. È con le immagini di questa spiaggia popolata da famigliole in vacanza, bambini che giocano, mamme e nonne che prendono il sole e parlano del più e del meno (soprattutto del meno), fotoreporter che cercano la foto da prima pagina, l’immagine choc, che arriva uno sparuto gruppo di migranti africani. Nulla di nuovo, direte voi: tranne che per la presentazione e lo svolgimento delle azioni, del tutto originali e significative.

Originalità e capacità di reinterpretare la vita sono due capisaldi del Milano Film Festival. Il cuore del programma si basa su queste due qualità. “Abbiamo ricevuto 2500 proposte”, dicono Alessandro Beretta e Carla Vulpiani durante la presentazione del programma. “Selezionarle ha richiesto un’estate di lavoro”.

Filo conduttore delle opere scelte – rigorosamente prime o al massimo seconde opere, e inedite nel nostro Paese – la reinterpretazione dei generi cinematografici a storie che puntino, a volte, allo spettacolo, altre alla riflessione. C’è persino un film horror, Under the shadow, così come un musical, The Lure. “Se l’ha fatto Venezia, possiamo farlo anche noi”, dicono i responsabili di Milano Film Festival.

Tornando a parlare di temi scomodi, il film di apertura ben si presta a questa operazione di sdoganamento di argomenti altrimenti ignorati dal resto del mondo dei media. Si tratta di Gulistan, Terre des roses, della canadese Zaynè Akyol, un racconto in prima persona delle guerrigliere del PKK che vivono – e lottano – sulle montagne e nei deserti del Kurdistan, per la difesa dei diritti della propria gente, in nome della quale hanno rinunciato a tutto. Anche alla loro vita, spesso.

IMG_4380Cambiare, per rimanere se stessi, dicevamo. E tra i cambiamenti che il Milano Film Festival propone c’è un ampliamento della base dei partner. Da quest’anno, anche il Mudec (Museo delle Culture) e la XXI Triennale si affiancano nella nuova casa del festival, Base Milano, nel distretto di via Tortona, spazio e polo per l’incontro tra chi vuole fare innovazione, in tutti i suoi aspetti. Da notare che la collaborazione con la XXI Triennale porterà ad una sessione di riflessione sul futuro del cinema.

Il programma completo del Milano Film Festival è consultabile a questo indirizzo internet.

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