Reporting the World Over

News and Comments about Life

I Robot, il Lavoro ed il nostro Futuro

Immagine

La puntata di ieri, 5 settembre, di PresaDiretta, la trasmissione di inchieste giornalistica di Rai3, ha scatenato un putiferio sui mezzi di comunicazione e sui social media, almeno, per quello che riguarda la sezione della puntata in cui si parlava di sviluppo tecnologico, di avvento dei robot – che stanno prendendo il posto degli esseri umani in sempre più campi di attività – paventando l’aumento della disoccupazione e di forti malesseri sociali. La domanda è: se i robot faranno il lavoro al nostro posto, noi cosa faremo? Il che, tradotto, in soldoni, significa “come ci guadagneremo il pane quotidiano?”.

In realtà, molti dei commenti, la maggioranza sui social media – in particolare su strumenti e piattaforme come LinkedIn, dove si incontrano più facilmente i fautori della “tecnologia ad ogni costo” – hanno gettato la croce addosso a PresaDiretta, ai suoi redattori – “vergognosi” è l’aggettivo usato spesso per qualificare i commenti di Riccardo Iacona riguardo l’avvento dei robot ed i rischi sociali che comporeta -, alla direzione di Rai3. Si sono sentite, nuovamente, espressioni come TeleKabul, mentre sono fioccati gli accenni diretti a Tempi Moderni di Charlie Chaplin, il film in cui il magico attore britannico descriveva con grande amarezza i drammi del lavoro alla catena di montaggio in stile fordista, o al ritorno della figura dello scalpellino quale simbolo del lavoratore umile, sottopagato ma che fa grande fatica e riceve poche soddisfazioni. Non sono mancate, ovviamente, le contestazioni sulla base di concetti come la maggior precisione che le macchine garantirebbero rispetto all’essere umano, in particolare nel mondo della diagnostica medica. Tutti commenti da “estremisti della tecnologia”, incapaci di tenere in minimo conto fattori come la Storia, la Demografia, lo Sviluppo Sociale.

Non si tratta di dare il via a una nuova campagna contro le macchine, alla stregua di quelle che si verificarono in Inghilterra ed in Francia tra Settecento e Ottocento. Si tratta di prendere in considerazione TUTTI gli aspetti ed i fattori di una questione. E in quella di cui parliamo, tutti i fattori sociali fanno pollice verso.

Sono almeno venti anni, due decenni, che lo sviluppo tecnologico ha smesso di produrre posti di lavoro. E ha cominciato, al contrario, a ucciderne. La questione è studiata da anni da numerosi ricercatori, soprattutto americani ma anche britannici. Non c’è da sorprendersi che si tratti di mondo anglosassone: è negli USA e nel Regno Unito che si sono avvertiti i primi scricchiolii nel credo tecnologico assoluto, ed è proprio nel Nordamerica che il rapporto tra posti di lavoro creati e distrutti, e tra ricchezza creata e distrutta, lancia segnali d’allarme. Allarme raccolto e rilanciato a livello globale da un report del World Economic Forum dell’inizio del 2016, quando dice che

the rise of robots will lead to a net loss of over 5 million jobs in 15 major developed and emerging economies by 2020”

(la crescita dei robot porterà a una perdita netta di 5 milioni di posti di lavoro in 15 delle maggiori economie sviluppate ed emergenti entro il 2020)

In un altro report sempre di quest’anno, pubblicato da Citibank e co-prodotto da due co-direttori ed un research fellow Oxford Martin School, si dice chiaramente che

35% of jobs in the UK are at risk of being replaced by automation, 47% of US jobs are at risk, and across the OECD as a whole an average of 57% of jobs are at risk. In China, the risk of automation is as high as 77%”.

(Il 35% dei posti di lavoro nel Regno Unito è a rischio di essere sostituito dall’automazione, il 47% dei posti di lavoro negli USA è a rischio, e tra i paesi OECD mediamente è a rischio il 57% dei posti di lavoro. In Cina, il rischio auotomazione raggiunge il 77%)

Ora, il report Citibank, al contrario di quello WEF, non arriva a dare date, ma si riferisce in ogni caso ad un periodo di breve o al massimo medio termine, non oltre i dieci anni da oggi. Ben entro la metà di questo secolo, come possiamo capire, probabilmente al massimo il 2025. E in questo lasso di tempo, dire che la metà abbondante dei posti di lavoro all’interno dei paesi OECD è a rischio, vuol dire centinaia di milioni di persone che rischiano di essere senza una fonte di reddito. Immaginatevi una Unione Europea in cui nessuno, ma proprio nessuno, abbia un lavoro, e sarete vicini alla realtà pronosticata dagli studiosi di Oxford.

La domanda a questo punto è: cosa faranno, queste centinaia di milioni di persone, come porteranno il pane in tavola, come potranno comperare i beni ed i servizi che i robot produrranno al loro posto? Perché la questione è semplice: i robot lavorano, producono, ma poi chi li compera questi prodotti e questi servizi, se la metà delle persone non ha un lavoro, quindi non ha una fonte di reddito, quindi non ha soldi? Da qui a dire, come ha fatto Stephen Hawking (un nome che non ha bisogno di presentazioni) nel dicembre 2014 in un’intervista alla BBC

The development of full artificial intelligence could spell the end of the human race”

(Lo sviluppo della piena intelligenza artificiale potrebbe significare la fine della razza umana)

il passo è breve, molto breve. Ed anche vicino, almeno stando alle parole di Moshe Vardi, professore di scienza dei computer alla Rice University in Texas:

We are approaching the time when machines will be able to outperform humans at almost any task. Society needs to confront this question before it is upon us: if machines are capable of doing almost any work humans can do, what will humans do?” .

(Ci stiamo avvicinando ad un tempo in cui le macchine saranno capaci di superare gli umani in quasi ogni attività. La società deve confrontarsi su questa questione prima che ci cada addosso: se le macchine sono capaci di fare quasi ogni lavoro gli umani fanno, cosa faranno gli umani?)

La tipica risposta degli estremisti della tecnologia è che avremo tanto tempo libero da dedicare a noi stesis, ai piaceri della vita, a quello che maggiormente ci piace. A parte l’obiezione già presentata prima – come faremo a pagarci questi piaceri della vita se non avremo un lavoro e quindi un reddito – ci troveremmo di fronte ad un cambio abissale nella mentalità dell’essere umano: per decine di migliaia di anni, fin dalla comparsa del primo ominide sulla faccia di questo pianeta, il lavoro ha rappresentato non solo un modo per guadagnarsi il pane, ma anche per soddisfare il bisogno di approvazione sociale, raggiungere obiettivi all’interno del gruppo di cui si fa parte, rendersi in qualche modo indimenticabili – almeno per un paio di generazioni – insomma tutta quella parte di psicologia umana che gli estremisti della tecnologia in un certo senso disprezzano.

Il problema è che se le macchine prenderanno il posto degli umani, ci saranno centinaia di milioni di persone disoccupate: chi provvederà loro?

In teoria, gli Stati. Con quali risorse? Se già oggi tutti i sistemi di welfare – ovvero, sistema sanitario, sistema assistenziale, sistema pensionistico insieme – arretra in tutti i Paesi, da Nord a Sud, dall’Europa al Nordamerica, mentre l’Asia in pratica non l’ha mai conosciuto – come è pensabile che si faccia carico in futuro di una tale massa di disoccupati?

Piaccia o non piaccia agli estremisti della tecnologia, l’avvento dei robot pone questioni sociali che vanno molto al di là del semplice piacere – per alcuni – di mettersi in panciolle su un’amaca a sorseggiare un mojito mentre i robot fanno il nostro lavoro. E bisogna pensarci adesso, non tra venti anni, quando la frittata sarà fatta.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: