Reporting the World Over

News and Comments about Life

Il vino del Lago di Como

img_4857b“Siamo piccoli, ma cresceremo. E sogniamo in futuro in grande”. IGT Terre Lariane è un consorzio giovane, molto giovane: anzi, con i suoi soli sette anni di vita (si è costituito ufficialmente nel 2009, anno del riconoscimento, e la fondazione risale al 2008) ha da poco iniziato le scuole primarie. Eppure, di strada ne ha fatta in questi pochi anni, si è sviluppato come numero di soci – “Siamo partiti in sette, ora siamo sedici e altri due coltivatori sono ingresso”, dice la sua Presidente, Claudia Crippa – ma soprattutto ha saputo imporsi come rappresentante credibile del mondo della viticoltura in Brianza e sul lago di Como, le sue due principali zone di riferimento. E sempre con un occhio ben attento all’innovazione delle tecniche di coltivazione e produzione e al futuro.

“Como e Lecco hanno sempre avuto la nomea di zone dove non si produce vino buono: una cattiva fama che derivava più da una incapacità di lavorare insieme, e dalle poche risorse che ogni viticoltore poteva mettere in gioco, per cui la spremitura era fatta a mano, o meglio con i piedi come si diceva una volta, il trasferimento del vino avveniva con i secchi, con i problemi di ossidazione e di contaminazione che possiamo aspettarci, che da una effettiva verità. Storicamente, se andiamo indietro nei secoli, vediamo che tra le colline brianzole e il lago di vino se ne produceva non poco e anche di buona qualità”.

Per avere una conferma di quanto fosse buono il vino di queste terre, a metà tra la pianura padana e le Alpi, basta leggere quanto ci hanno lasciato storici e scrittori del passato: da Stendhal a Goethe – due dei maggiori protagonisti del Grand Tour europeo del 18esimo e 19esimo secolo -, da Cesare Cantù a Carlo Porta – grandi narratori della Storia e delle tradizioni di questi posti e di queste genti – fino ad Alessandro Manzoni. L’autore dei Promessi Sposi, tra l’altro, era impegnato in prima persona nella coltivazione della vita, nei suoi possedimenti lecchesi. Decine di anni di abbandono e di poca cura hanno fatto sì che si parlasse di pincianel, per indicare come i vini brianzoli e del lago erano roba di poco conto.

“Il Consorzio ha lavorato per dimostrare che questo non era vero. A distanza di così pochi anni, nemmeno una decina, dalla costituzione della nostra associazione, possiamo dire di essere riusciti a cambiare le cose: oggi il nostro vino non sfigura anche sulle migliori tavole”, afferma con orgoglio la Presidente.

Con lei, abbiamo ripercorso un po’ la storia di questa piccola realtà di ancor più piccoli viticoltori – c’è chi non arriva nemmeno all’ettaro di vitato – che in pochissimi anni ha saputo cancellare decenni di cattiva fama. E gli occhi sono sempre più puntati verso il futuro, verso nuovi sviluppi, verso un’innovazione che ha radici profonde nella tradizione.

“Uno dei primi lavori che abbiamo fatto come consorzio è stato di prendere la cooperativa Ager, che collabora con l’Università di Milano, che ha fatto una mappatura. Non una zonazione vera e propria, perché all’epoca le aziende del consorzio ed i vigneti erano ancora pochi. Era il 2008, IGT Terre Lariane si è costituito ufficialmente nel 2009. Il lavoro realizzato con Ager e l’Università di Milano è un monitoraggio ed una fotografia dei diversi tipi di clima e terreno nell’area. Siamo partiti in sette, adesso siamo in sedici, qualcuno è entrato, qualcuno è uscito, ne sta entrando uno della zona est della Provincia di Como, ne entrerà un altro di Perledo, sulla sponda lecchese del lago. Tutte aziende di piccole dimensioni, qualcuna anche micro, addirittura sotto l’ettaro. Però in sviluppo. C’è chi ha piantato il primo mezzo ettaro, e adesso sta lavorando per allargarsi. Vedono il futuro, insomma. Perché chi pianta la vite ragiona in termini di una decina di anni almeno: la vigna non è un bot, non dà risultati economici in brevissimo tempo, si parla di anni ed anni”.

E questi ultimissimi anni hanno messo a dura prova la capacità del Consorzio di ‘fare gruppo’. “Il 2014, un disastro, il 2015, annata super ma quantitativamente poca uva, il 2016, non di facile gestione, soprattutto per chi si è affacciato da poco alla viticoltura. Devo dire che sono stati messi duramente alla prova: all’inizio di luglio l’umore non era dei migliori, glielo assicuro, però alla fine ce l’abbiamo fatta tutti”, riconosce Claudia Crippa.

La storia dell’IGT è ricca di scogli: tutti brillantemente superati. “Dobbiamo ringraziare soprattutto la Provincia di Lecco, che ha voluto fortemente portare a termine questo progetto dell’IGT. E poi il Professor Miglio, da cui è partito tutto”.

Ecco, partiamo proprio da qui, dai vigneti della famiglia Miglio, nell’Alto Lago a Domaso. Vigneti che nascondevano una vera e propria chicca, il Verdese.

“L’unico vigneto autoctono del nostro territorio. Cresce solo qui, e da nessun’altra parte”.

Il professor Miglio ne aveva alcune piante, che aveva custodito gelosamente. Piante che sono passate a Emanuele Angelinetta, quando ha preso in mano i poderi della famiglia Miglio, e che il Consorzio ha cercato non solo di preservare ma anche di sviluppare. Il Verdese, oggi, dopo alcuni anni di lavoro, è presente nei terreni di diversi dei membri di IGT Terre Lariane, altri ancora lo adotteranno. In totale, oggi sono circa duemila le piante di Verdese. Certo, i numeri non sono ancora enormi, ma cominciano a diventare interessanti e, soprattutto, combinati con la diffusione geografica consentono di essere fiduciosi riguardo il futuro di questo vigneto autoctono lariano.

Il marchio caratteristico del territorio del Consorzio, però, è il livello di sapidità.

img_4914b“Si trova soprattutto nei bianchi ma anche nei rossi, quando vengono prodotti bene, salta fuori evidente. È un inizio della tanto famosa mineralità, è proprio la nota salata della marna calcarea che abbiamo noi, poverissima ma ricca di sali minerali. È un fattore che accomuna un po’ tutti i vini dell’IGT Terre Lariane: anche se distribuiti su suoli lontani per geografia, clima e caratteristiche”.

Il territorio coperto dal disciplinare del Consorzio, infatti, va dalle colline brianzole alle porte di Lecco fino all’Alto Lago, ormai in Valtellina. – possono ugualmente tutti contare su questa nota sapida.

“Qua a Montevecchia, la sapidità deriva dalla marna calcarea; a Domaso e in Alto Lago in genere, invece, dalla presenza di suoli di origine vulcanica, anche essi caratterizzati da una nota minerale.

Poi, certo, sarebbe bello trovare una declinazione comune e proseguire su quella strada. Abbiamo in corso progetti di ricerca e di dottorato, con l’Università di Milano, sul Merlot alla ricerca di quelle caratteristiche aromatiche, tanniche, polifenoliche per trovare quale potrebbe essere la migliore interpretazione comune”.

Spazio per sviluppi futuri ce n’è in abbondanza.

“Al catasto vitivinicolo Como e Lecco le iscrizioni sono oltre cento, c’è quindi spazio per aumentare le dimensioni del Consorzio. Per questo facciamo corsi di aggiornamento e formazione gratuiti per i piccoli, in parte finanziati dal Pubblico, in parte pagato da noi aziende, per innalzare il livello di formazione e qualitativo di tutti i viticoltori della zona. Certo ultimamente non abbiamo potuto contare sull’aiuto della Pubblica Amministrazione, sono state annate difficili in questo senso. Stiamo portando avanti un progetto che secondo noi darà futuro alla zona, per una cantina comune. Già oggi ritiriamo le uve anche di chi è fuori dal Consorzio. Per gli associati, diamo a possibilità di fare vinificazioni in conto lavorazione, come Consorzio, sul modello dell’olio: non facciamo una cantina sociale, dove si mette tutto insieme, ma si ritornano ad ogni coltivatore le bottiglie prodotte con le sue uve. Questo ha permesso di avere una cantina sola, una pressa sola, una pompa che serve per tutti, serbatoi che servono a tutti. Ognuno esce con la propria etichetta, per il suo orgoglio personale, ma le risorse sono comuni e le spese ottimizzate. E la qualità decisamente migliore”.

Un punto debole è l’accesso ai ristoratori. “Purtroppo qui entrano in gioco anche altri aspetti, di marketing, di distribuzione, di costo. Il nostro vino costa. Siamo piccoli, non abbiamo forza contrattuale, non possiamo paragonarci a certe forze del mondo della produzione vinicola italiana. Poi ci sono molte associazioni che ci chiedono il vino gratis per i loro eventi: ‘Ma voi dovete farvi conoscere’, ci dicono. Sì, ma le bottiglie che abbiamo sono poche, se le diamo tutte per promozione, le esauriamo subito e poi? Noi di quel vino dobbiamo anche viverci!”.

L’innovazione è un altro aspetto importante per noi. “Voglio ricordare soprattutto il progetto di un vino comune,una cuvéé molto particolare, con gli amici di Fellbach, in Germania, i ‘gemelli’ di Erba. Grazie alla spinta della cittadina brianzola, di Lariofiere, di Silvio Oldani, abbiamo fatto questo progetto comune con la Cantina sociale di Fellbach, un territorio storicamente molto importante per il vino. Sono veramente all’avanguardia da questo punto di vista, quasi maniacale la loro cura di ogni singolo aspetto del vigneto, pali sempre nuovi, erbe sempre sfalciate e pulite, una cantina assolutamente funzionale, e poi la parte commerciale, un’enoteca sempre piena di gente che compera e beve. E noi abbiamo sognato: loro hanno Stoccarda, città grande e ricca, proprio sotto la collina delle vigne, noi abbiamo Milano, Como, Lecco…chissà, magari un giorno”.

One comment on “Il vino del Lago di Como

  1. Paolo Ferrario
    September 23, 2016

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: