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Quando la passione dà i suoi frutti: Cascina Tre Noci

img_5320rUn passo alla volta. Ogni passo mai più lungo della gamba. Sempre con tanta pazienza. E tanta passione. Tanto amore per la terra, per il proprio lavoro, per i frutti che, insieme, questi due ingredienti sanno dare. Con l’aggiunta di una grande apertura verso la sperimentazione, verso l’innovazione, ingredienti oggi fondamentali anche nel più ‘pratico’ dei lavori, quello legato alla terra nel vero senso della parola, perché la terra lavora e di terra si nutre.

Si respira un’altra aria, alla Cascina Tre Noci di Sirtori, sulle colline brianzole di Montevecchia. L’aria di un tempo che fu, l’aria da “contadino, scarpe grosse e cervello fino”. E il cervello ce l’ha fino davvero, Adriano, che della cascina di proprietà della moglie Ester Conti segue tutte le operazioni di vigna e cantina. Con lui, il quasi trentenne Mauro Cesana, che da cinque anni ha lasciato un lavoro certo in un’azienda di giardinaggio per seguirlo nell’avventura di costruire un’azienda vinicola piccola nelle dimensioni ma grande nel successo. Insieme, e con il supporto del Consorzio IGT Terre Lariane che riunisce una ventina di vignaioli di Como e di Lecco – hanno dato forma e materia ad un sogno.

Questa azienda è nata nel 1994. Qua, allora, c’erano solo campi di granoturco e prati lasciati ai rovi e alle sterpaglie”, racconta Adriano. Anni di duro lavoro per ripulire i campi, riadattarli alla agricoltura attiva, piantumare le nuove barbatelle di Merlot e seguirle nei primi, delicati anni di crescita. Allargando a poco a poco il terreno dedicato alle vigne. Dapprima, quello che lui chiama “l’anfiteatro”, un piccolo pendio a forma – appunto – di anfiteatro, terrazzato per tutta la sua estensione con lunghi filari di uve Merlot fino alla sommità dove si incontra la fascia boschiva. Poi, in questi ultimi anni, l’espansione verso la parte pianeggiante della proprietà, dove i tre terrazzamenti realizzati ospitano filari di Pinot Nero. Il tutto, non arriva ai tre ettari, per una produzione di circa 2.500 bottiglie l’anno. Sono due le etichette che la Tre Noci produce: Salgì – dai nomi dei tre figli di Adriano – e Bornò, la località dove la cascina è situata. Entrambe sono realizzate da uve Merlot, perché il Pinot Nero è ancora troppo giovane. Solo con la vendemmia 2016 uno dei tre filari, quello più ‘vecchio’ è arrivato a produrre qualcosa. Ancora troppo poco, però, per poter andare sul mercato. Per quello, ci vorrà ancora tempo, pazienza, lavoro, passione.

Ingredienti che certo non mancano, né ad Adriano né a Mauro. Come testimonia la storia della Tre Noci. Come raccontano le parole dello stesso Adriano.

Prima queste balze erano occupate dal granoturco. In realtà questa è nata come azienda agricola tradizionale, nel 1994: grano, mais. Poi c’era questa collinetta, e ci siamo detti: mettiamo quattro viti, tanto per dire, vediamo cosa succede. Poi, questa della vite è una cosa che ti prende, ti conquista, ti entra dentro. La vite la vedi tutti i giorni, la osservi crescere e cambiare di giorno in giorno. Poi finisce che ti trovi improvvisamente al centro dell’attenzione, una sessione di degustazione a Vinitaly con il Consorzio IGT Terre Lariane, due righe sul giornale…cose che ti fanno inorgoglire”.

Cose che ti fanno andare avanti, perché l’orgoglio di vedere, toccare con mano, i frutti del tuo lavoro ti spingono a insistere, a provare strade nuove. A guardare avanti verso il futuro. E il futuro è fatto di nuovi investimenti, nuovo lavoro.

Abbiamo altri terreni nella dorsale delle colline di Montevecchia verso Perego e poi a Dolzago. Adesso, con il nuovo bando regionale, ci sono novità: non devi più estirpare per avere nuovi diritti di vigna, basta indicare gli ettari che si vogliono coprire, e poi loro distribuiscono secondo disponibilità e richieste. Ne abbiamo chiesti altri quindicimila, di metri di vigna. Al momento ce ne hanno dati quattromila, qualcosa in meno. Intanto andiamo con quelli, poi vedremo”.

Mauro ricorda quanto lavoro fatto per ripulire l’anfiteatro di tutti i rovi, delle sterpaglie, lasciate da anni di mancata coltivazione. E la cura che occorre mettere per far crescere i preziosi grappoli: ogni balza ha bisogno di qualcosa di diverso. “Quelle più in basso hanno maggiore disponibilità di acqua, quelle in alto soffrono maggiormente la sete. Soprattutto la prima balza, vicino al bosco. Che è anche maggiormente preda delle incursioni degli animali”, racconta. Incursioni che, peraltro, vengono accettate ed in qualche modo indirizzate verso quel filare, il più in alto e vicino al bosco: un modo assolutamente naturale per controllare le incursioni della fauna selvatica.

Anche la carica organica delle diverse balze non è uguale: alcune erano coltivate anche prima, e dispongono quindi di un maggior numero di sostanze nutrienti da passare alle piante. Là in alto, invece, occorre aggiungere del letame”.

img_5329Anche le erbacce accuratamente tagliate intorno alle barbatelle e ai tronchi vengono lasciate sul suolo, in modo da restituire al terreno una parte dei nutrienti. Un modo di trattare il terreno e le piante che rifugge dalla chimica e preferisce invece il cosiddetto ‘trattamento integrato’: non è ancora biologico, ma il rispetto per l’ambiente impera. E i risultati si vedono: i grappoli di Merlot sono belli pieni e rotondi. “Siamo stati fortunati”, dice Adriano, minimizzando. Ma la fortuna, nel mondo dell’agricoltura ed ancora di più in quello della viticoltura, arride solo a chi la cerca con il duro lavoro. E con gli investimenti giusti. Come i tre barili di barrique – “Usati, perché nuovi sarebbe stato troppo” – acquistati alcuni anni fa, a cui l’anno scorso si è aggiunto un altro barile nuovo. “Il 2015 è stata un’annata eccezionale, abbiamo per forza dovuto metterla in legno, troppo buono come vino per non farlo”.

Il futuro? I nuovi investimenti nei terreni a Perego e Dolzago, il recupero di una cascina all’ingresso della proprietà da usare come cantina e punto per la degustazione. Prima di allora, però, il futuro è fatto dei filari di Pinot Nero già presenti, che richiedono molta cura e molta passione.

Il Pinot è una pianta carogna”, ammette Adriano. “La devi curare moltissimo. Quest’anno abbiamo avuto poco tempo da dedicarle, perché la primavera è stata dura e abbiamo dovuto lavorare ai filari di Merlot. L’anno prossimo la cureremo molto di più”.

Quella di là – continua, indicando i filari di Merlot dell’anfiteatro -, è una pianta tosta, resistente. Il Pinot invece ha bisogno di attenzione, di cura. Infatti, se guardiamo bene, molta uva l’abbiamo lasciata sulla pianta, tanto è il primo anno di vendemmia. Abbiamo fatto tre quintali, quasi quattro, poca roba, è giusto per vedere come cresce, come viene il vino. Quelle là in alto sono sempre Pinot ma sono sperimentali, sono barbatelle piantate da poco. Servono per capire come vanno le cose. In effetti, il Pinot Nero qua è una novità, abbiamo tre diversi filari, posti su terrazzamenti vicini ma diversi. Più in alto, più in basso, chi prende più sole, chi meno, il grado di umidità nel terreno, gli alimenti presenti. Sono vicine, sono sempre in piano, come richiede il Pinot Nero, ma sembrano tre vigne diverse: ogni balza ha le sue caratteristiche, di acqua, sole, vento, e la vigna lo dimostra. Le differenze di maturazione? Ci sono differenze, sull’acidità per esempio. E sui tempi di maturazione, ci sono sette, anche dieci giorni di differenza nella maturazione, che non sono pochi”.

La visita è alla fine, ormai, c’è tempo, però, per un altro prezioso ‘ricordo’.

Bisogna avere pazienza, quando si pianta un filare. Non ci si deve aspettare risultati dal primo anno, bisogna stargli dietro, lavorarla e curarla, e poi alla fine la pianta rende”.

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