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Il mondo delle startup si raduna a SMAU, e celebra i suoi successi: ma è vera gloria?

img_7965Stando alle parole e ai proclami dei rappresentanti delle istituzioni che si sono succeduti sul palco della Sala plenaria del tradizionale appuntamento milanese, si direbbe proprio di sì. “L’Italia non è solo cibo. È anche innovazione, ricerca e sviluppo. E una grossa fetta del nostro PIL deriva dal mondo delle startup”, ha detto Ferdinando Pastore, direttore di ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, l’ente che sponsorizza e finanzia le iniziative del Governo in questo settore. Dopo di lui, Mattia Corbetta, del Ministero per lo Sviluppo Economico, ha tessuto le lodi del ‘nuovo’ sistema che permette maggiori velocità, minori costi e maggiori flessibilità alle aziende che si autocertificano come ‘innovative startup’, ovvero come imprese piccole – per dimensioni, numero di persone coinvolte, fatturato e altri parametri – ma che dispongono di qualcosa di innovativo dal punto di vista della tecnologia e del know-how. Ancora, Piero Strada, di Silverpeak, ha esclamato entusiasta che “i tempi stanno cambiando”. Se guardiamo ai numeri riportato dalle parole e nelle slide di queste stesse persone, però, tutto appare sotto una luce completamente diversa.

Cominciamo dai puri numeri economici: il peso ed il valore delle startup dal punto di vista del PIL. Le aziende sono 6461, per un totale di 9042 persone impiegate. Novemilaquarantadue. Se pensiamo che per il recupero di Monte dei Paschi di Siena si parla di un’operazione che dovrebbe comportare la perdita di 2600 (duemilaseicento) posti di lavoro, ci si rende immediatamente conto di quanto ininfluente sia, il mondo delle startup, sull’insieme del nostro sistema economico. E il fatturato? Cinquecentottantacinque milioni di euro nel 2014. Anche se possiamo presumere che da allora questo totale sia aumentato, non ci troviamo di certo di fronte a cifre tali da giustificare peana trionfali.

Per quanto riguarda il trattamento di favore che le startup possono avere – grazie al sistema dell’autocertificazione – una voce importante è quella dei contratti di lavoro e dei metodi di retribuzione per dipendenti e consulenti. Massima, o quasi, libertà, con possibilità di mettere le persone sotto contratto in maniera tutt’altro che stabile per qualcosa come 48 mesi – con tanti saluti ai progetti di costruzione di una famiglia da parte dei nostri trentenni! – e addirittura di pagare stipendi e consulenze anche con forme di stock equity. Ovvero, con pezzi di carta che potrebbero un giorno, valere qualcosa. Un giorno, forse, ma non al momento. Più o meno, un assegno ‘cabrio’ o un ‘pagherò dagli effetti molto dubbi. Perché per una startup è più facile non solo prendere il via, ma anche prendere il volo. Pardon, fallire. Senza conseguenze. Fornitori, dipendenti e consulenti, avvisati.

Ultima considerazione: Piero Strada, ad un certo punto del suo intervento, ha esclamato esultante “Arrivano i cinesi!”. Pechino sta entrando pesantemente non solo in Italia ma anche in Europa. Le sue imprese investono, comprano, e soprattutto portano a casa. Già, questo ha detto, forse senza rendersene conto, l’uomo di Silverpeak: “I cinesi acquisiscono e portano a casa la tecnologia”. Come dire, che noi, i nostri giovani, i nostri imprenditori in erba, i nostri startupper, lavoriamo, investiamo, facciamo sacrifici, poi arrivano loro e con quattro soldi si portano via tutto e ci lasciano senza asset per il futuro.

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