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4 donne, 4 storie, intorno a un bar

reykjavik-cafeTrent’anni, o poco più, e sentirsi in un vortice che ti sbatacchia di qua e di là, intrappolati in un labirinto (apparentemente?) senza uscita, dal quale si aprono solo porte che non conducono in alcun posto, in un tritacarne che tutto distrugge, senza alcun rispetto per sentimenti e passioni, amicizie ed amore, o ancora, prigionieri di un piano inclinato che porta – velocemente – verso il baratro.

Quattro donne, appena trentenni. Per una donna i trent’anni sono un’età meravigliosa. Almeno, così dovrebbe essere. È l’età in cui si comincia a fare sul serio e ad assaporare il bello della vita: lavoro, sentimenti, sesso, ogni pezzo del puzzle dovrebbe essere al suo posto. Il condizionale è d’obbligo, almeno per le quattro ragazze protagoniste di Reykjavík Café, di Sólveig Jónsdóttir, anche lei islandese, anche lei trentenne.

Hervör, Karen, Silja e Mía: sono loro le protagoniste di questo romanzo, tutte alle prese con situazioni sentimentali che definire caotiche e insoddisfacenti è dire poco. C’è Hervör, che si accontenta di saltuarie notti di sesso con l’ex professore di università, residuo degli anni di studi, quando aveva bisogno – o credeva di avere bisogno – di una “spintarella” per superare gli scogli degli esami e della tesi di laurea; Karen vive dai nonni, trascorrendo i weekend in discoteca, a distruggersi e struggersi, tra alcol di vario genere e qualità, musica assordante e il peso – che le sembra impossibile da sostenere e sopportare – della perdita di un fratello conosciuto troppo tardi e perso troppo presto; Silja, medico, abituata a incontrare tante Karen, ogni venerdì e sabato sera, dopo lo sballo in discoteca, spesso costretta a turni notturni in ospedale e, guarda te, la volta che rientra senza avvisare sorprende il neo marito con una biondina; e infine, Mía, forse, e senza forse la più scombinata di tutte: è stata lasciata dal fidanzato, un avvocato benestante, e ora vive in una mansarda in mezzo agli scatoloni di un trasloco che aveva sognato in altro modo e altre circostanze, fatica a trovare un lavoro, che peraltro non cerca, e una direzione nella vita.

Quattro, come il titolo originale del libro, Korter, Quarto, in islandese. Ed in quattro parti è diviso il racconto. Ognuna centrata su una delle giovani donne, che non si conoscono, né sembrano avere molti punti in comune, a parte l’età. A unirle è la pausa obbligata al Reykjavík Café dove, nel buio gennaio islandese, vanno a cercare un po’ di calore e dove le loro storie finiranno per intrecciarsi. Finché, fra un latte macchiato e un cocktail di troppo, rovesci del destino e risate condite da improbabili consigli, ognuna troverà il modo di raggiungere la propria felicità, o qualcosa di molto vicino.

Un racconto avvincente, quello delle vicende delle quattro ragazze islandesi. Che ha il grande vantaggio, per il lettore, di dare una visione ben diversa dell’Islanda rispetto a quelle a cui siamo abituati. Qui, geysers e vulcani, ghiacciai e fiordi, balene e orsi non sono i protagonisti. Nemmeno le comparse. In Reykjavik Café l’attenzione è tutta sulla vita reale, sull’Islanda vera, non quella dei depliant. Un’Islanda dove le persone vivono e lavorano, sognano e combattono, soffrono e si disperano, amano e odiano: proprio come tutti noi, ovunque. un libro consigliato per chiunque voglia conoscere la vera Islanda, andare oltre i depliant turistici.

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