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Drogati di social media

siringa2Drogati di social media. Ecco cosa siamo. Drogati, dipendenti da quel beep, quella vibrazione , quel segnale sonoro o anche non che ci porta la tanto attesa, agognata notizia: “Hai una notifica da..”. E se non arriva, se tarda (nella nostra percezione ormai traviata e deformata) ecco che scatta il meccanismo di controllo: smartphone (o tablet, o iphone o altro qualunque sia lo strumento con cui ci droghiamo) in mano, e con mosse frenetiche e quasi isteriche cominciamo a smanettare, battendo sui tasti, schiacciando pulsanti sullo schermo a cristalli liquidi, sul touchpad, girovagando da un’app ad un’altra, da un sito web ad un altro, Facebook, Twitter, Instagram, Telegram, SnapChat, LinkedIn, posta elettronica, Messenger, WhatsApp, e via dicendo, in un valzer al cui confronto la classica giostra del luna park sembra quasi immobile. Cerchiamo messaggi, post, notifiche, foto, video, qualunque cosa che confermi che siamo vivi e che il mondo ci cerca, ci desidera, ci vuole, ha bisogno di noi.

In psicologia si chiama “necessità di conferma”, ed è un chiaro segnale e sintomo di malessere psicologico. Non una cosa gravissima, sia chiaro: molti di noi lo dimostrano, e vivono felici e contenti nonostante tutto. Il problema sorge quando questa necessità di conferma, questo bisogno che qualcuno ci dimostri quanto ci vuole bene, quanto ci stima, quanto ci tiene a noi, assume ed assurge a livelli da psicoanalisi. Da dipendenza. Esattamente quello che sta succedendo a noi. A tutti noi. Perché è inutile che ci si chiami fuori: questa droga è ormai nelle vene di tutti, in misura maggiore o minore ma tutti siamo praticamente colpiti da quella che si può considerare la vera pandemia del 21esimo secolo. Altro che mucca pazza, viaria, ebola, zika: sono i social media la vera malattia epidemica e forse ormai endemica della razza umana. Quella che si porterà magari non all’estinzione, ma probabilmente alla perdita di una grossa parte delle nostre qualità e capacità di esseri umani. In primis, la capacità di usare le nostre cellule cerebrali.

È inutile negarlo: più usiamo i social media, più ci abituiamo a comunicare attraverso app di vario nome e genere, a seguire e modificare le nostre comunicazioni in base alle regole di queste applicazioni e non più a quelle della relazione interpersonale, meno il nostro cervello lavora, meno siamo liberi.

Guardate come è cambiato il modo di scrivere. Una stessa frase, scritta anche solo una decina di anni fa, per non parlare di venti, trenta, cinquanta anni fa, è decisamente diversa rispetto a quanto possiamo leggere e scrivere oggi. La grammatica? Rivoluzionata. La punteggiatura? Ma dai, esiste ancora? Aggettivi, avverbi, congiunzioni: quando si usano, compaiono in maniera criptica, quasi codificata. I pensieri? Devono obbligatoriamente essere contenuti in 140 caratteri, immagini, video, e grafiche comprese. L’Odissea, l’Iliade, la Divina Commedia, Guerra e Pace, la trilogia degli Hobbit di Tolkien, tutti i vari capolavori della letteratura mondiale, tutte quelle opere che richiedono concentrazione, dedica, capacità di leggere e comprendere? Inimmaginabili, impossibili, in un mondo dove l’attenzione del “lettore” se così possiamo ancora chiamarlo, si perde nello spazio di tre secondi tre: non dico che siamo al battito di ciglia, ma insomma poco ci manca.

Quello che è peggio, è che insieme al lettore si perde anche la società: se tutto deve essere veloce e immediato; se tre secondi è quanto abbiamo a disposizione per convincere una persona della bontà delle nostre parole, del nostro pensiero; se comunque andare oltre i tre minuti è considerato quasi una estrema mancanza di “educazione digitale”, oltre che un segno di incapacità di comunicare adeguatamente (rispetto a cosa? Ma ai dettami della comunicazione moderna!), allora è chiaro che è l’intero flusso di vita di una comunità che è a rischio.

Velocità, immediatezza, concentrazione (nel senso di “concentrato, estratto”): ma la Cultura non è come l’estratto di carne Liebig, non può essere ridotta a 140 caratteri. Il pensiero non può essere limitato allo spazio di una serie di bit, e il Tempo non può essere solo ed esclusivamente tre secondi, niente prima e niente dopo. La Cultura, il Pensiero, sono analisi, espressione, descrizione. Sono un filo colorato di tutti i colori che l’occhio umano riesce a vedere che passa da un momento ad un altro e si allunga verso l’infinito provenendo dall’estremo opposto nel Tempo. E l’Essere umano, la Persona, è social ma non è social media.

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