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Montagna, il futuro passa dal digitale

DSCN0574“Strategie giovani e digitali per lo sviluppo delle montagne di Lombardia”. È con questo sottotitolo, che da solo indica obiettivi, linee guida, intendimenti, che la Regione Lombardia ha dato il via ad un progetto, ambizioso nei suoi obiettivi ma non chiarissimo nelle modalità di attuazione.

Il punto di partenza è che la nostra è una regione dove la montagna ha grande importanza: ben il 43 per cento del territorio è classificato “montagna”, o Terre Alte, come le chiamano oggi. Non così importante l’aspetto demografico: solo 1, 253 milioni di lombardi abitano in questi territori, poco, in percentuale, sui dieci milioni di lombardi totali. Potrebbe ospitarne di più? Difficile a dirsi. Certo non alle condizioni attuali, in cui le possibilità di lavoro mancano. DSCN0580A riconoscere come quest’ultimo (il lavoro) sia fattore fondamentale è stato lo stesso Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, quando ha detto, nella sua introduzione, che bisogna trovare il modo di “consentire ai giovani che abitano in montagna di dare vita a loro attività senza dover scendere in pianura”. Il punto di arrivo dichiarato è rilanciare le montagne lombarde ed il loro ruolo nel sistema economico della regione. Rilanciarle significa, in primo luogo, renderle luoghi dove sia possibile vivere, dove la qualità della vita sia tale da consentire alle sue genti di non dover “scendere a valle” per guadagnarsi da vivere, ma di potersi costruire una vita degna rimanendo nei propri paesi. Là dove hanno le radici.

Il piano della Regione Lombardia

Si chiama MontagnaFuturo, e si basa su una serie di parole chiave a cui corrispondono altrettante sfide, come le ha chiamate Ugo Parolo, sottosegretario alle Politiche della Montagna, nella sa presentazione del Piano. Eccole:

  1. Aumento del grado di partecipazione effettiva delle Terre Alte ai processi decisionali.
  2. Semplificazione delle procedure. Il peso della burocrazia, sia italiana che europea, è stato più volte richiamato, da Maroni come da Parolo, come fattore di disturbo nelle azioni della Regione Lombardia nel proprio territorio.
  3. Ampliamento autonomia.
  4. Riduzione residuo fiscale.
  5. Una migliore gestione delle risorse idriche, e delle risorse montane in genere. Con un riequilibrio del rapporto tra città e montagna.

I soldi

Per fare tutto questo, la Regione ha messo sul piatto 30 milioni di euro. Poca roba, in effetti: un cantiere di una grande opera costa di più, per le paratie di Como si prevede di arrivare a spendere oltre trenta milioni, ed è un solo esempio tra i tanti, tantissimi che si potrebbero fare. D’altronde, il ruolo e le intenzioni della Regione sono di servire come starter per investimenti privati, da parte di aziende, cooperative, famiglie, singoli. Non certo di far cadere una pioggia di soldi sulle aree montane. Rimane il dubbio che 30 milioni per un territorio che copre il 43 per cento della Lombardia siano pochini. E se invece del parametro territorio prendiamo il parametro popolazione, la solfa non cambia di molto, al contrario: parliamo di una spesa di 23-24 euro per ogni persona residente nelle Terre Alte. Decisamente, ci si potrebbe anche aspettare di più!

I cinque punti che fanno da scheletro al piano regionale

Il primo riguarda, il peso di queste zone nel processo decisionale regionale. Un nodo che riguarda, in particolare, la Provincia di Sondrio, l’unica a essere completamente montanara. È qui che questo deficit di rappresentanza democratica si manifesta con maggiore evidenza. Il principio di “1 persona, 1 voto”, se da una parte garantisce la democraticità di un sistema, dall’altra penalizza i territori meno abitati, e quindi con meno “teste” su cui contare al momento della chiamata elettorale. Ecco, quindi, che l’importanza delle zone montane, delle Terre Alte, in Lombardia supera di gran lunga la loro presenza nel Consiglio Regionale. DSCN0577Situazione a cui il Pirellone vuole porre rimedio con una specie di sotterfugio: “Non possiamo cambiare la Costituzione, ma possiamo affiancare, al normale processo decisionale, l’obbligatorietà di un parere da parte della Provincia di Sondrio su leggi e norme e discussioni che riguardano questi territori”, ha infatti detto Parolo.

La burocrazia uccide. Magari è un po’ esagerata, come affermazione, ma se guardiamo al mondo della sanità neanche tanto. Uno dei grossi problemi dei servizi sanitari nelle zone di montagna lombarde è proprio il peso della burocrazia e delle sue regole. “Abbiamo le risorse, ma regole strampalate ci impediscono di fare”, ha detto infatti il Presidente della Regione Lombardia. Per superare, almeno parzialmente, queste regole “dobbiamo sostenere continue trattative con Roma, ma non sempre capiscono”, ha concluso Maroni. Meglio andrebbe, pare di capire e Maroni ne è profondamente convinto, se la Lombardia potesse contare su un livello di autonomia simile o addirittura pari a quella dell’Alto Adige. Nel solco di quanto scritto e detto nei due punti precedenti. Non per nulla nell’Auditorium Testori della Regione era presente anche un rappresentante bolzanino, Richard Thiener, vicepresidente della Provincia autonoma di Bolzano, anzi del Süd Tirol, come ha esplicitamente detto lui.

$collegato al punto dell’autonomia è anche quello che riguarda i residui fiscali. “Non è possibile che lo Stato richieda ai piccoli comuni montani la stessa partecipazione alle entrate fiscali di una grande area metropolitana”, ha detto Roberto Maroni. In pratica, la richiesta dei vertici del governo lombardo è che più soldi rimangano sul territorio, come accade, appunto, a Bolzano o a Trento: un vecchio cavallo di battaglia della Lega e del centro destra in genere.

Non dissimile è la questione delle risorse idriche, una delle grandi ricchezze su cui si potrebbe costruire un mondo diverso per le nostre montagne e valli, in effetti. Il problema è che, oggi, l’acqua delle Alpi è in mano a una serie di concessionarie che le gestiscono – e ne ricavano grandi profitti – di fatto senza averne diritto, almeno stando a quanto asserito dal Presidente regionale: “Le concessioni sono scadute”. In pratica, la Regione le vorrebbe richiamare a sé, per poi ridistribuirle secondo nuovi criteri. Rimane da chiarire quali questi criteri siano, o potrebbero essere.

Tutto bene? Tutto bello? Si e no.

Portare nuova ricchezza sulle montagne potrebbe sembrare bello, ma bisogna anche andare a vedere COME si porta questa nuova ricchezza. Se le montagne devono diventare una sorta di Città 2.0, con tutti i problemi degli agglomerati urbani della pianura, è chiaro che non va bene. Se i passi alpini devono diventare vie di transito per merci e persone, per ovviare ai problemi di intasamento delle vie di collegamento internazionale tradizionali (Brennero, Gottardo), non va bene. E purtroppo i segnali non sono chiari, da questo punto di vista. O meglio, lo sono fin troppo, ma nel senso sbagliato.

Prendiamo il caso dello Stelvio, portato come esempio del nuovo modello di collaborazione che Milano vuole impostare con Bolzano e gli altri territori limitrofi. “Un modello di nuovo modo di gestire una risorse come il Passo dello Stelvio”, hanno detto sia Roberto Maroni che Ugo Parolo, e anche Richardo Thiener si è unito al coro entusiastico. Già, ma tra i punti del nuovo modello è parso di capire ci sia anche l’apertura del Passo come via di trasporto. Una mossa che metterebbe a dura prova il fragile equilibrio di un ecosistema già assediato dall’industria del turismo.

Cultura e identità

C’è poi quanto paventato da antropologi come Annibale Salsa: la perdita dell’identità culturale da parte delle comunità montane. Da secoli le nostre Alpi offrono esempi di autogoverno che hanno fatto anche scuola. E sempre da secoli assistiamo a un fenomeno inverso, che vede le città della pianura cercare di soggiogare queste comunità alpine per appropriarsi delle risorse montane. Aprire ulteriormente le montagne al mercato potrebbe si, da un lato, arricchire le comunità che vi risiedono, ma allo stesso tempo portare ad un ulteriore impoverimento delle loro tradizionali culture, con effetti palesemente negativi. “Quello che serve è una revisione e un riequilibrio del rapporto tra città e montagna”, ha esortato lo studioso.

Insomma, luci e ombre, aspetti positivi ma anche potenzialmente negativi o comunque rischiosi. L’importante è che le comunità montane e i montanari vengano non solo ascoltati, ma siano parte attiva – e principale! – del processo. “La montagna ai montanari!”, è stato detto.

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