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Alle radici del computer: l’Olivetti di Ivrea

DSCN3884Un museo ed un laboratorio. Un viaggio nelle radici e nella storia dello sviluppo della tecnologia del ventesimo secolo. Quella che, passo dopo passo, ha portato agli smartphone, gli iphone, i table , gli smartwatch, strumenti e macchine che tutti, bene o male, conosciamo ed utilizziamo nella vita quotidiana, professionale o privata. È Tecnologic@mente, una collezione della Fondazione Nicola Capellaro, che raccoglie, a Ivrea, decine e decine di modelli di macchine per l’ufficio e l’informatica, ripercorrendo le vicende di quello che per decenni è stato uno dei maggiori protagonisti dello sviluppo tecnologico in questi settori: l’Olivetti.

Lo visitiamo, mia moglie ed io, attratti proprio dalla possibilità di “vivere” il racconto della ricerca e della produzione delle macchine per ufficio. Dico “vivere” non a caso, perché davvero l’ora e mezza di visita – tanto dura il percorso – si trasforma, immediatamente, in un viaggio attraverso il tempo, grazie ai racconti dei volontari che curano Tecnologic@mente, quasi tutti ex dipendenti della Olivetti. Noi abbiamo seguito Enrico, quaranta anni di lavoro in quello che, per decenni, ha rappresentato la risposta allo strapotere americano nella ricerca e nella produzione di macchine per l’ufficio e l’elaborazione dati.

E tutto è nato da un viaggio in America. È lì, in quel Paese che già allora rappresentava la Mecca dello slancio innovativo e della rivoluzione tecnologica – nella Storia, come nella Natura, nulla si crea e nulla si distrugge – che Camillo Olivetti ha conosciuto i protagonisti dell’innovazione a cavallo tra Ottocento e Novecento. A cominciare dal mitico Thomas Alva Edison. È lì che Camillo ha preso ispirazione e, una volta tornato in Italia, ha iniziato a costruire un sogno. Il sogno di un’azienda che si distingueva per la sua visione “umana”, ancora più che umanistica. Una visione in cui l’azienda rappresentava non solo lo strumento per ottenere un reddito, ma anche, se non soprattutto, il motore per la crescita e lo sviluppo sociale e culturale di un’intera comunità.

Seppur svanito ormai da diverso tempo, da quasi un quarto di secolo ormai, quel sogno ha lasciato segni profondi nella comunità eporidiese. Segni che trapelano apertamente dalle parole e dai racconti di questi volontari, che con il loro entusiasmo raccontano quanto una “piccola” azienda in una cittadina di provincia ha saputo realizzare. Segni che il museo-laboratorio Tecnologic@mente ha raccolto e mette a disposizione ai suoi visitatori.

I racconti dei volontari tracciano un identikit ed un percorso che va ben oltre la semplice vita quotidiana in una fabbrica. Parlano di una città, di una comunità, di un territorio. E seguendo il filo dei tanti esemplari di macchine – alcuni veramente unici, tutti di assoluto valore e significato nella storia dell’innovazione tecnologica – raccontano come le idee nascevano, prendevano corpo, si sviluppavano. Di come, tra persone fisicamente lontane, si producesse contaminazione di idee attraverso il contatto diretto o, più spesso, indiretto, via scambi di lettere, documenti, risultati di test ed esperimenti.

DSCN3886 rL’esposizione raccoglie pezzi unici, come la mitica Model 2 della Mignon, che a fine Ottocento consentiva di scrivere lettere utilizzando quello che assomiglia più ad uno strumento di divinazione che a una macchina da scrivere. E poi, la M1, la prima macchina da scrivere marcata Olivetti, accompagnata dalla copia di una lettera che lo stesso Camillo scrisse alla moglie, il 12 agosto 1908. Poche parole, tipiche di un personaggio comunque più al lavoro ed alla ricerca che alla comunicazione. “La macchina non è ancora perfetta”, avverte il fondatore della Olivetti. “Ma credo – continua – che in poco tempo potrò renderla buona quanto le migliori marche del mondo”. Come, in effetti, fece. DSCN3893 r

La curiosità è che, fino a quel momento, la macchina da scrivere era uno strumento pensato per i ciechi. Sembra incredibile, ma è proprio così, e la collezione in mostra ad Ivrea espone diversi di questi modelli. L’ostacolo principale era riuscire ad andare oltre la cosiddetta “scrittura invisibile”, quella, appunto, pensata per chi, comunque, non poteva vedere.

Andando avanti nel tempo, modello dopo modello, si arriva al primo grande successo della produzione olivettiani: la macchina da scrivere portatile. Amata da tutti i maggiori giornalisti e cronisti, italiani e non. Leggera, facilmente trasportabile, comoda da utilizzare, con la custodia che si trasformava in sgabello per permettere un uso più facile della tastiera. All’avanguardia nella tecnica, ma anche design. Erano gli anni della nascita del mito del design italiano, ancora oggi considerato il migliore al mondo. Gli anni della collaborazione tra la Olivetti ed Ettore Sottsass, maestro indiscusso del design italiano.

Erano, anche, gli anni dei primi elaboratori elettronici. Computer, si chiamano oggi. Anni in cui l’Italia era all’avanguardia nel processo di sviluppo dell’elettronica. E Olivetti guidava il gruppo.

Pochi lo sanno, ma il primo personal computer della storia è nato proprio qui a Ivrea, nei laboratori della Olivetti. È il Programma 101, talmente rivoluzionario, per quei tempi, da attirare l’attenzione della NASA, alla ricerca di una macchina veloce, leggera, efficiente per le sue navette spaziali. C’era la Luna da conquistare, ma gli enormi elaboratori elettronici dell’epoca non potevano certo entrare nel minuscolo spazio dei moduli Apollo, mentre i tecnici di Houston avevano bisogno di velocità e facilità d’uso. Programma 101 rispose a queste necessità, la NASA ne comprò migliaia di esemplari. Oggi sembra un dinosauro, ma avrebbe consentito a Neil Armstrong di pronunciare la famose frase “Un piccolo passo per un Uomo, un grande passo per l’Umanità”, mentre un piede umano lasciava per la prima volta l’impronta sul suolo lunare. E l’orgoglio per quei momenti, per quei successi, e per tutti gli altri che li hanno preceduti e seguiti, traspare chiaramente dalle parole di chi accompagna i visitatori lungo il percorso di Tecnologic@mente. Dal primo all’ultimo passo, lungo un percorso di un viaggio nel tempo.

Le immagini del Museo-Laboratorio Tecnologic@mente 

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