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Operation Overlord

DSCN2669Dici Normandia, e il pensiero va allo sbarco, a quel giorno di inizio giugno del 1944, quando da migliaia di navi una vera e propria valanga umana si rovesciò sulle spiagge della costa normanna. Operazione Overlord, la più grande operazione militare della storia. Mesi e mesi, un anno e forse più, di preparazione, quasi una partita a poker, con trucchi e puntate alla cieca di parte sia delle forze Alleate che di quelle tedesche. Utah, Omaha, Gold, Juno, Sword, da ovest verso est, i nomi in codice delle spiagge che videro l’inizio della liberazione della Francia e del Continente dal giogo nazista. Due mesi e mezzo di combattimenti dal 6 giugno al 24 agosto: ottanta giorni, cinque grandi battaglie, Cherbourg, Cotentin, Les Haie, Cobra, Caen, in cui centinaia di migliaia di uomini avanzarono centimetro dopo centimetro, dalle sabbie delle spiagge alle falesie, dai porti grandi e piccoli ai villaggi dell’interno, fino a raggiungere le vie di comunicazione verso Parigi, verso il Reno. Il primo balzo verso Berlino. Ottanta giorni che misero a ferro e fuoco il territorio di quello che fu, una volta, il Ducato di Normandia, la terra di Guglielmo il Conquistatore, il fondatore dell’Inghilterra come la conosciamo oggi. Era il 1066: 878 anni dopo, i conquistati (gli inglesi) sbarcavano nella terra dei conquistatori (i normanni) per riportarvi la libertà.

Un’estate di sangue, morti e distruzioni, che ancora oggi, a settantatre anni di distanza, richiama decine di migliaia di visitatori, desiderosi di ripercorrere le vicende dei loro padri, dei loro nonni. Ovviamente, il grosso è composto da francesi, inglesi, americani, canadesi, e altri provenienti dai diversi paesi che composero l’enorme forza di sbarco. Un’armata che comprendeva anche contingenti di minori entità, dalla Grecia, dalla Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca e Slovacchia), da Polonia, Belgio, Olanda. C’era perfino un gruppo di 135 soldati del minuscolo Lussemburgo, a fare la loro parte e dare il loro contributo alla causa della Libertà.

DSCN2555Il Memorial di Caen

Gran parte di questo flusso – che troppo spesso diventa turistico e tralascia di considerare i drammi, i combattimenti ed i sacrifici, le distruzioni e le morti di quelle settimane – si dirige ovviamente verso i punti di maggior interesse anche mediatico: le spiagge degli sbarchi. Dove sono state anche poste le principali raccolte di testimonianze, fotografie, registrazioni video e audio, riproduzioni in scala ridotta delle grandi battaglie, e dove è possibile vedere anche le armi, cannoni, carri armati, mezzi di sbarco, protagoniste di quelle battaglie. Caen, soprattutto, è il centro di questo flusso. Il Memorial, appena fuori città, lungo la Peripherique Nord, è qualcosa di fantascientifico. Forse anche troppo. Propone un video a 360 gradi, che permette di vivere quelle ore, quei giorni, quasi in modo reale. Quasi si fosse in un video gioco in virtual reality, realtà virtuale: è questo il rischio, nel proporre gli avvenimenti storici con questi sistemi tecnologici, che tutto venga schiacciato e ridotto a un videogioco. Cosa potranno imparare, le generazioni di oggi, quelle che non hanno avuto accesso a informazioni dirette, da padri e nonni che quei giorni hanno vissuto?

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Port Winston

Le spiagge sono un altro grande punto di attrazione. La più interessante mi è sembrata quella di Arromanches. Qui si possono ammirare l’ingegno e la creatività dei genieri di Sua Maestà Britannica. Il grande problema dello sbarco era assicurare i rifornimenti: se gli uomini potevano sbarcare sulle varie spiagge, carri armati, camion, mezzi militari di dimensioni e usi vari, rifornimenti di ogni genere dal cibo alle munizioni, dalle medicine al vestiario a tutto quanto un’Armata necessita per poter svolgere il suo compito, avevano bisogno di un porto. Ma tutti gli approdi normanni, da quelli grandi di Cherbourg e Le Havre a quelli piccoli dei pescatori, erano controllati dai tedeschi e protetti da grandi difese. Conquistarli era fuori discussione. Ecco, allora, la grande idea di Allan Beckett, ingegnere della Marina inglese: un ponte in cemento e ferro, migliaia di moduli e di pezzi, da costruire in Gran Bretagna e trasportare sul posto, approntarli e realizzare così un grande porto artificiale. Era Port Winston, in onore di Winston Churchill, grande sponsor del progetto.

Arromanches fu conquistata il 7 giugno. Sessanta navi vennero affondate per realizzare una diga contro i marosi della Manica. Centoquaranta cassoni furono trasportati, alla velocità di 7/8 chilometri all’ora e messi in posizione nel giro di una decina di giorni. Finché non venne aperta una vera e propria autostrada fluttuante, su cui corsero migliaia di veicoli, carri armati, camion, ambulanze, uomini, tutti destinati a raggiungere il fronte e alimentare la spinta verso Berlino.

C’è un Museo, ad Arromanches, che permette di ammirare il grande ingegno e la dedizione di chi quel porto artificiale ha ideato, progettato e costruito. Visite libere, ma anche guidate (solo francese, ma ottime, molto interessanti), modellini e documenti della costruzione, e un filmato in inglese originale di quei giorni, che descrive come quella magistrale opera è stata realizzata. Sulla spiaggia, poi, sono ancora visibili un grande ponte in ferro e alcuni pezzi dei cassoni di cemento che li ancoravano.

DSCN2671Potrà sembrare incredibile, ma uno dei protagonisti dell’epopea di Port Winston è ancora tra di noi. È Bill Price, oggi 103 anni, in visita ad Arromanches anche nel giugno 2017, in occasione delle commemorazioni.

Pont La Fiére

DSCN2990Lasciando la costa e spingendoci all’interno, si incontrano quasi ovunque i segni ed i ricordi della grande battaglia. Come quella che vide protagonisti i parà USA, per il piccolo ponte di La Fiére, vicino a St.Mere Eglise, non lontano da Utah Beach. Un ponticello, si direbbe oggi. Un punto di grande importanza, in quei giorni, attorno al quale tedeschi e americani di combatterono duramente, con grandi perdite da entrambe le parti: 254 i parà americani morti, oltre 500 i feriti. Al ponte di La Fiére è legata anche la leggenda di Charles N. DeGlopper, Medal of Honor, la più elevata onorificenza americana al valor militare, un gigante – un metro e novanta di altezza, almeno – veterano di diverse campagne, nonostante la giovane età, che si sacrificò per permettere ai suoi compagni di sfuggire ad un’imboscata tedesca, riunirsi al gruppo principale e raggiungere l’obiettivo della conquista del ponte. Le strade che portano al ponte sono dedicate ad alcuni dei parà morti in quei giorni.

DSCN4054Camp Patton

Era il terrore dei tedeschi. Il loro incubo. Era il Generale George Patton. Ovunque li avesse affrontati, dall’Africa alla Sicilia, li aveva bastonati. E così fece anche in Normandia. Non partecipò allo sbarco, arrivò sul posto solo un mese dopo, ma tanto bastò perché desse un grande contributo al balzo finale verso Parigi ed il Reno. Giunse in segreto. La sua presenza sul campo di battaglia venne resa nota solo dopo diversi giorni. Oggi, il suo passaggio sul territorio è celebrato con un memoriale vicino al villaggio di Nehou: Camp Patton.

DSCN3624Bloody Hill

Altro punto importante ma poco frequentato nei tour ufficiale è Bloody Hill. Collina di sangue. Un nome, un programma. È La Haye du Puits. Qui, americani e tedeschi combatterono all’ultimo sangue, per diversi giorni, tanto, appunto, da arrivare a definire la collina che sovrasta il piccolo paese, Blood Hill.

Non lontano, lungo la strada che porta al minuscolo villaggio di Mobecq, c’è Hameau Capron. Una casa sola, ma importante: è qui che Philippe De Gaulle, figlio del Generale, installò il suo quartier generale. Qui reclutò e diresse l’addestramento e l’inquadramento di migliaia di giovani che accorsero ad arruolarsi nell’esercito francese. La casa non è più quella, certo, ma il luogo si, e mantiene la sua importanza, almeno per i francesi, ma non solo.

 

L’album di immagini è qui

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