Un altro mondo al di là della quercia

DSC_0156 b b rCon la sua folta barba grigia, quasi più bianca che grigia ormai, appare all’improvviso, al di là di una curva e di una grossa quercia. È seduto su una vecchia sedia tutta colorata – scoprirò più tardi che è opera sua – sul lato a valle della strada, che qui si apre e si allarga per ospitare un piccolo parcheggio. Sul lato a monte, una costruzione a tre piani, in pieno stile a cavallo tra Ottocento e Novecento. Erano gli anni del primo sviluppo turistico di questa zona, il Serpiano, che si affaccia sul Lago di Lugano, e questa era un po’ la casa dei doganieri – il confine con l’Italia passa poco più a valle, un chilometro, forse uno e mezzo – un po’ la reception dell’Hotel Serpiano, poco distante, che con la sua balconata offre una vista magnifica sul Lugano ed il suo lago. Oggi, è l’atelier di Fiorello Fiorini, personaggio dalle tante storie, eclettico e anche originale.

Un passaggio in un altro mondo

DSC_0151 r“Qui è come entrare in un altro mondo”, mi dice quando arrivo a distanza di voce. È vero. La prima cosa che mi è venuta in mente, appena apparso Fiorello con la sua barba grigia, è stato un film degli Anni Cinquanta, ambientato in Irlanda: un vecchio ponte in sasso, semi nascosto da nebbia e pioggia, segnava il passaggio dal mondo reale a quello fantastico delle fiabe irlandesi. Qui, il passaggio tra i due mondi è segnato dalla vecchia quercia a valle della striscia di asfalto della strada, non c’è la nebbia, non c’è la pioggia – anche perché è l’inizio di maggio – ma l’atmosfera che si respira ha comunque un profumo di magia. Lugano è laggiù, a pochi minuti di volo d’uccello. In mezzo, il ponte di Melide, con il suo traffico di automobili, tir, treni che corrono da una parte all’altra del Ceresio. Como è a una mezz’oretta di auto, e subito a sud la grande area metropolitana milanese, una decina di milioni di abitanti, formichine impazzite, correre e produrre, produrre e correre. E qua c’è lui, Fiorello, tranquillamente intento a gustarsi una sigaretta mentre aspetta. Che cosa, aspetta? Il tempo che va. I suoi peperoncini che crescono nel vaso. Il camioncino del pesce che va verso l’Hotel Serpiano. Gli escursionisti che percorrono i sentieri del Monte S.Giorgio. Pochi, a dir la verità, in questi giorni a cavallo tra aprile e maggio. La stagione non è ancora cominciata, il silenzio è ancora quasi totale, rotto solo dai rumori del bosco. Aspetta, soprattutto, che la forza dell’ispirazione gli prenda la mano e la guidi nel dipingere. È un pittore, Fiorello. Il piano terra della ex casa dei doganieri è il suo atelier, e il tempo che passa, l’attesa, è la sua ispirazione. Ogni quadro, ogni tela, ogni lavoro, è una questione di attesa. Di tempo passato facendo, disfacendo, rifacendo ancora e ancora, “finché una mattina mi alzo, guardo quanto fatto e mi dico ‘sono soddisfatto, di più non posso fare’”.

Dalla città del Poverello a Serpiano

DSC_0149 r“Vengo qui tutti i giorni, da undici anni”, mi racconta con un inconfondibile accento umbro. È di Assisi, Fiorello. Chiedergli come ha fatto, dalla città del Poverello, ad arrivare qua, al Serpiano, è questione di pochi secondi. E la storia, anzi, le storie, che racconta basterebbero a riempire ben più di qualche pagina di un libro. A cominciare dal fatto di aver, per qualche anno, indossato il saio del frate francescano. Un’esperienza durata pochi anni, ma che lui stesso reputa quale importantissima, basilare, per la sua vita. Perché gli ha lasciato in eredità solidi principi, e perché proprio durante quegli anni ha imparato a dipingere.

“Ci mandavano ogni settimana a Perugia, a imparare un mestiere. I frati sapevano che non tutti sarebbero arrivati a prendere i voti, qualcuno si sarebbe perso per strada. Era un modo per dare la possibilità di costruirsi una vita anche fuori dal convento. C’era chi imparava a fare l’idraulico, chi l’imbianchino, chi altro. Io, il pittore”. A dispetto dell’abbandono, del non aver compiuto fino in fondo il percorso come frate francescano, Fiorello ha mantenuto i ricordi di quegli anni. Di certo, non li ha rinnegati. Ma è andato oltre, perché – come dice una scritta su una parete del suo atelier – “Non vivo nel passato, né nel mio futuro. Possiedo soltanto il presente, ed il presente che mi interessa. Se riuscirai a mantenerti sempre nel presente, sarai un uomo felice, perché è sempre e soltanto il presente che stai vivendo”.

Da Assisi a Serpiano, dal convento dei francescani alla ex casa doganale, la strada è lunga. Il racconto di come è successo è quasi una telenovela.

“Quattro mesi dopo aver lasciato il convento ero marinaio a bordo dell’incrociatore Garibaldi. Con la rinuncia al saio, tornava l’obbligo di fare il militare: un parente di mia madre, ufficiale a La Spezia, riuscì a farmi imbarcare su quello che era, ed è, uno dei vascelli di punta della Marina militare italiana”.

Due anni di naja, in un ambiente in cui il ‘nonnismo’ imperava, tra i coscritti aveva valore l’anzianità, non il grado. Comandavano gli ‘anziani’. “L’esperienza con il saio mi è stata utile: mi ha insegnato a saper trattare le persone, e dopo poco tempo anche gli ‘anziani’ avevano rispetto di me”, riconosce.

La ‘naja’ in marina durava due anni, e poi Parigi, Montmartre, una vita da artista, un po’ bohemienne, tra arte, pittura, locali notturni come il Moulin Rouge, donne. E poi altri giri, il ritorno in Italia, ancora La Spezia. È nella Riviera di Levante che si apre un ulteriore capitolo della vita di Fiorello.

 

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Vivi il presente

“Ero a Portofino, in piazza, mi guadagnavo da vivere facendo ritratti ai turisti, uno dei tanti pittori che si possono trovare nella piazza di Portofino, e di tanti altri paesi della Riviera e non solo. Mi si avvicina un tipo. ‘Verrebbe a lavorare da me?’, mi dice. Scoprirò poi che era il Sindaco di Ascona. In vacanza in Riviera, cercava artisti da portare in Ticino, nelle piazze del suo paese. Era rimasto colpito dai miei quadri, mi ha offerto di venire su”. ‘Vivere nel presente’, il suo motto. E il ‘presente’ di allora – 1974 – era di cogliere al volo l’occasione ed ecco che da oltre quaranta anni Fiorello è in Ticino. Prima nella cittadina del Locarnese, sul Lago Maggiore, poi a Brusino, sul Lago di Lugano, dove avrebbe aperto il suo atelier. Tra l’altro, è l’unico ‘Fiorello’ di tutta la Svizzera, cosa che gli procura non poco piacere. “Siamo solo sette in tutta Italia, il presentatore non conta, lui è Fiorello di cognome, è chiaro che qua ci sono solo io con questo nome”, ammette.

A Brusino, dove tuttora risiede, ha incontrato la sua amica. Non dice mai ‘moglie’, tanto meno ‘compagna’ o ‘convivente’: è solo amica, ma si intuisce da come ne parla – e dal fatto che condivide con lui l’atelier alla ex casa dei doganieri – che non è una semplice amicizia. Si è trattato, comunque, dell’ennesima occasione offerta dal ‘presente’ che lui ha saputo e voluto cogliere.

Allo stesso modo, undici anni fa, ha colto l’occasione di aprire il suo atelier a Serpiano.

“A offrirmelo è stato il Direttore dell’hotel. Mi hanno lasciato libero di stare qua, di aprire il mio atelier, in cambio io curo il posto, fungo da infopoint per i visitatori, mi prendo cura anche della vicina chiesa di S.Cristoforo”. E si gode la quiete di un luogo in cui passa ore da Re tutti i giorni.

 

Macchie di colore, sedie, quadri

È il momento di mettere piede nell’atelier al piano terra della ex casa dei doganieri. Ovunque, sul pavimento, macchie di vernice, decine, centinaia, forse migliaia di punti colorati, grandi e piccoli, macchie e insiemi di macchie, a volte sovrapposti l’uno all’altro, a volte distanti. Fogli con disegni, quaderni dai fogli strappati, materiali vari, fotografie, nascondono il tavolo posto al centro. Le pareti sono coperte da quadri appesi o da note, appunti, fotografie, accenni di figure, come fossero una lavagna. È la sua metà. l’altra metà, quella della sua ‘amica’, è quasi un bazar. “Si occupa di raccogliere fondi per i gatti, i libri, gli oggetti, tutto quanto sui tavoli o nella vetrina è in offerta”, dice. Sparse ovunque, sedie, quelle vecchie sedie in legno di una volta. Non sedie ‘normali’, ma vere e proprie opere d’arte pittorica, multicolori e disegnate. Quasi si mischiano e si camuffano con le macchie del pavimento, si mimetizzano come camaleonti, sembrano sparire alla vista, in alcuni momenti. “Capita che mi portino qualche sedia vecchia, di quelle che non sanno più cosa farsene”, dice, e nel dirlo mi mostra quante altre sedie ha nel retro, accatastate l’una sull’altra, ancora da ripulire, aggiustare, lavorare. “È un lavoro lungo”, mi dice. Poi mi spiega: “Vanno pulite, a volte aggiustate. Poi ci metto il fondo, quindi passo ai diversi colori con cui voglio realizzare le forme, fiori, uccelli, oggetti vari. Lavoro con l’acrilico, quindi dopo ogni mano devo aspettare che asciughi. Ci possono volere giorni, per terminare una sedia”. Alla fine, per renderla brillante e per proteggerla da umidità intemperie, vento, polvere, una mano di acqua brillante. No, non quella degli aperitivi, ma un liquido che crea una lamina protettiva sul ‘quadro’ che è una sedia. Ci si può sedere, oppure usarla come arredo.

I soggetti dei quadri di Fiorello Fiorini sono sempre la Natura con i suoi elementi. Con quel nome, d’altra parte, non ci si potrebbe aspettare altro: in nomen omen, dicevano i Latini. Ci sono prati fioriti, uno stagno ricoperto di foglie e fiori di piante acquatiche, distese di acqua in cui il blu del liquido elemento si mischia e si confonde con il blu del cielo. Ecco, l’acqua sembra essere uno dei suoi preferiti, come soggetto. “L’acqua è movimento, non si ferma mai, è sempre diversa”, mi dice e sembra che stia parlando di se stesso.

DSC_0167 rA me è piaciuto in modo particolare l’unico quadro in bianco e nero esposto, un’onda che si frange contro la scogliera. Esprime una grande energia, con il ‘cuore’ dell’onda che sbatte violentemente contro la terraferma, e man mano che le gocce d’acqua si allontanano dal centro dell’esplosione perdono densità e corporeità, si trasformano in nebbia e poi in gas. In tutto questo, in primo piano, la terraferma, la spiaggia, si mostra calma, ferma, quasi impassibile, accoglie l’urto dell’onda, la sua forza, la sua potenza. La scelta del bianco e nero, anziché il colore, imprime ancora maggiore forza ad una scena già energica. La scena è la raffigurazione dell’eterno confronto tra le due forze – l’elemento liquido e quello materiale – che hanno costruito il mondo, e lo modificano ogni giorno. Un confronto in cui nessuno vince, nessuno perde. In cui il passato, il futuro, non hanno ruolo, solo il presente conta.

 

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