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Raccontare la cultura

 

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Foto: OskardaRiz

Come mostrare, come raccontare, la cultura degli altri. È l’obiettivo del nuovissimo Museo delle culture, o MuDeC, aperto pochi giorni fa a Milano sull’onda di Expo 2015. Un progetto che viene, in realtà, da molto lontano – ha preso il via all’alba del nuovo millennio – ma che nel tempo ha cambiato completamente pelle: iniziato come un museo etnografico tradizionale, si è via via trasformato fino ad assumere le sembianze di un luogo dove sono gli stessi portatori di una cultura diversa – le tantissime comunità straniere di Milano – a raccontare sé stessi e le loro storie.

“Nel 1998 c’è stata la prima definizione del concept del museo, seguito nel 2000 dal bando”, racconta infatti Marina Pugliese, Direttrice del MuDeC. “Da allora tutto è stato rivisto: formula, concept, destinazione degli spazi, partendo da una nuova modalità di partnership tra pubblico e privato. Il risultato è che oggi lo spazio disponibile è di 17mila metri quadri, dei quali 2500 destinati alle esposizioni. Al terzo piano c’è un ristorante, affidato al Sole 24 Ore, così come la gestione dei parcheggi e dei servizi, quali il negozio e la biblioteca”.

Ad essere cambiato è soprattutto il basamento su cui poggia il concetto del nuovo MuDeC.

“Milano è da sempre la capitale mercantile del paese, e ha il primato in Italia per la presenza di comunità straniere. Il rapporto con le comunità internazionali è diverso, una diversità che ha portato ad affiancare al MuDeC il Forum delle Culture, in cui si incontrano i rappresentanti di tutte le associazioni (ben 500) delle diverse comunità presenti a Milano”.

È grazie anche all’apporto del Forum che sono nate le prime due mostre che il MuDeC offrirà alle decine di milioni di visitatori che arriveranno nella metropoli lombarda nei mesi di Expo 2015: ‘Mondi a Milano’ e ‘Africa terra degli spiriti’. La prima racconta la storia delle esposizioni Expo nella città meneghina e delle presenze internazionali che hanno favorito gli scambi di idee e culture.

“Milano ha in effetti ospitato più volte questi eventi: nel 1874, quando l’accento fu posto sulle grandi opere cinesi e giapponesi. Erano gli anni dell’apertura di questi due paesi al mondo occidentale, e l’Europa era letteralmente invaghita della cultura dell’estremo oriente e invasa da manufatti provenienti da quelle terre; nel 1906, invece, si trattava di celebrare l’epopea dei trasporti, delle ferrovie, che aprivano nuovi orizzonti nel Vecchio Continente e nel resto del mondo. L’esempio di quegli anni era il Sempione, con il suo traforo e la linea ferroviaria che attraversava le Alpi unendo nord e sud dell’Europa. In questa occasione vennero anche allestiti un quartiere del Cairo, ed un villaggio eritreo, completamente ricostruiti perfino con i negozi e le botteghe artigiane”.

Africa terra degli spiriti è curata da un team che comprende anche uno svizzero, lo zurighese Lorenz Homberger, e racconta la storia del contatto tra europei ed africani. L’arte africana viene qui percepita con un approccio estetico più che etnografico: gli oggetti, anche quelli più d’uso quotidiano, vengono visti come opere d’arte e non come strumenti di lavoro.

“La prima sala è quella che offre il maggior impatto visivo ed emozionale al visitatore, che si trova immerso in una foresta vera e propria, ricostruita in tutti i suoi componenti, che si estende per cinquecento metri quadri”.

La sala successiva offre alla vista una serie di oggetti in avorio, soprattutto provenienti dai commerci dei portoghesi, mentre la terza ed ultima sala di Africa terra degli spiriti porta il visitatore ad addentrarsi nel tema dei culti, delle credenze, dei misteri, dei feticci: qui il visitatore troverà ricostruito perfino un altare voodoo.

Africa terra degli spiriti rimarrà apeta fino a fine agosto, mentre Mondi a Milano fino a metà luglio.

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